domenica, 08 febbraio 2009
RIECCOMI. Qui ci vengo ormai davvero di rado. Però questo è il mio cassetto di scritti e pensieri. Da troppo tempo mi mancano parole di testa e di cuore, prevalgono cronache musicali, gossip da talent show. Mi accordo di dedicare più tempo a Somona Ventura, Bonolis e Maria De filippi che a me stessa. E questo non è buono. Dovrò tornare prima o poi. Adesso vado a Sanremo, mi faccio sta faticata e poi prometto di ricominciare a scrivere anche qui.
ma per ora "adda passà 'o Festivall".
La bolgia infernale mi attende ed io, che quest'anno ho le energie di un bradipo con l'influenza, sono un tantino preoccupata. Ma tant'è.
Seguite le mie mirabolanti avventure nella città dei fiori dal 15 al 22 febbraio su http://festival.blogosfere.it
e poi ci rivediamo qui
baci
Ale
facebook.com  alessandra carnevali
www.myspace.com/alessandracarnevali
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sabato, 03 febbraio 2007
L'AVEVO DETTO IO.......

NOTIZIA ANSA del 3/2/07
GB: SCOPERTO SEGRETO DELL'ODORE DI MARE  LONDRA - Un gruppo di scienziati inglesi ha scoperto il segreto dell'inconfondibile odore di mare che si annusa quando si cammina lungo la riva: è dovuto ad un gas, il solfuro di dimetile. Il prof. Andrew Johnston, docente all'Università dell'East Anglia, ha coordinato le ricerche sul "seaside smell" e avverte che l'organismo umano non si avvantaggia assolutamente dall'inalazione di quel gas. "Quando da bambino andavo al mare - dice il prof. Johnston al tabloid 'Daily Express' - mi consigliavano sempre di respirare a pieni polmoni perché l'ozono mi faceva bene. Ma siamo stati doppiamente ingannati. Quel caratteristico odore non é affatto ozono e respirarlo non è necessariamente buono per la vostra salute".

Il professore ha spiegato che al solfuro di dimetile - noto anche con la sigla DMS - si è arrivati analizzando il fango scavato a Stiffkey, un villaggio sulla costa nord del Norfolk. Il gas è emesso da batteri che vivono vicino al plankton, alle alghe e ad altre piante marine. C'é un gene specifico che genera il cosidetto odore di mare così come percepito da riva. Il solfuro di dimetile ha un odore pungente, viene prodotto a tonnellate dai microrganismi del mare e - sottolinea il 'Daily Express' - ha un ruolo anche nella formazione delle nuvole sopra gli oceani.


Leggi anche il mio raccontino (giugno 2006)

L'Odore del mare -

i"n"spirazioni leggerissime di mezza estate.

L'odore del mare fin qui non ci arriva . Mai.

Per sentirlo bisogna prendere la macchina e fare almeno cento chilometri di curve e tutto questo non è che lo fai così, come se nulla fosse.

Ti devi organizzare e lo fai se ne vale la pena, se ci sono le giuste premesse. 

Quindi osservi attentamente il cielo per vedere se è limpido, se non c'è una minaccia di pioggia, senti se l'aria è tiepida e ti assicuri di avere il tempo per andare ed i soldi necessari per tornare.

Se tutte queste cose sono come ritieni debbano essere,  allora ti organizzi e ci vai. Come dove? Al mare, a sentire l'odore del mare.

Il mare, diceva una vecchia canzone, "è un concetto che il pensiero non considera" ma  questo soltanto d'inverno. D'estate invece è inevitabile che  il pensiero ci si posi spesso e con naturalezza sul concetto del mare....

Alcuni addirittura non ne possono fare a meno e ogni anno non vedono l'ora e basta che il calendario lasci cadere il foglio del mese di aprile e sono già belli che pronti, costume, ciabatte  e ogni cosa, per andare a considerarlo il più da vicino possibile il concetto del mare. Come pure il concetto di abbronzatura , nonchè quello di asciugamano, bagno, bagnino, bicipite, bikini, ombrellone, onda, sabbia, sole e via considerando, in ordine alfabetico.Tutti considerevoli concetti inequivocabilmente estivi, imprescindibile corollario del primario concetto di mare.

Quelli di Roma, per esempio, loro fanno così. Siccome lo sentono forte da casa l'odore del mare, gli basta che  il termometro del tinello superi  i quindici gradi e sono già lì pronti, costume, ciabatte  e ogni cosa, già stanno tutti sdraiati a quattro di spade a Capocotta nella pausa pranzo, per non parlare della domenica.

Qui dalle nostre parti lo sentiamo di meno il richiamo del mare, sempre per il famoso fatto che non ci arriva  l'odore e non ci viene tutta questa voglia di scapicollarci per raggiungere una qualsiasi spiaggia al più presto. E mi pare pure una cosa normale.

Uno di Roma che conosco io, si è trasferito  qui e a forza di non sentirlo più l'odore del mare, se n'è quasi scordato e dopo un pò gli è passata la voglia di andarci a tutte le ore. Ora si accontenta dei classici 15 giorni a luglio, a volte anche meno, come un montanaro qualsiasi.

Al massimo da queste parti ci arriva l'odore del lago (lago di Bolsena-n.d.a.), che è diverso da quello del mare ed anche il concetto di "lago" non è esattamente lo stesso concetto....

Spesso ci accontentiamo del lago, se siamo di quelli che avrebbero in ogni caso preferito il mare.....ma se siamo invece di quelli che volevano proprio andare al lago e del mare non gliene poteva fregare di meno, allora siamo felici come le papere, quelle del lago, ovviamente. Se poi  siamo di quelli che "vuoi mettere il coregone con l'aragosta?", allora siamo proprio a cavallo. Viva Bolsena e abbasso Rapallo e pure l'Isola di Cavallo. Martana e Amalasunta forever,

Il lago, dicevo, è diverso. Il lago ha un altro colore, un verde militare che tende al marrone,  ha il fondo  melmoso,  scivoloso come la groppa di una lumaca, come il torace di un culturista al campionato dei culturisti e poi, come se non bastasse, ha pure una lingua differente, infatti si parla tedesco. Il lago, dicevo,  ha un odore diverso e anche tu, quando esci dal lago, hai un odore diverso....eppure c'è gente a cui piace. A me il lago non piace, soprattutto non mi piace l'odore che ho quando esco dal lago. Perciò non ci vado, anche se parlo abbastanza il tedesco.

A me piace il mare, ma non ho la passione romana. Ci vado quel tanto che basta a sentire l'odore e a pigliare colore e se ci devo passare i quindici giorni del montanaro, lo voglio almeno pulito.

E allora, altro che 100 chilometri, prenoto lontano e ci vado in aereo.

Appena prenoto, però,  mi ricordo che ho paura del volo e sto già in paranoia.

Partire non sarà proprio morire, però mi preoccupa parecchio.

Lasciare le solite cose sicure e noiose e volare, avendo paura del volo, forse è uno stress esagerato, rapportato al suo  fine, così tanto agognato, ma  che in fondo e' soltanto poter odorare  l'odore del mare che tutto sommato è un odore di pesce, di fritto e di sale.  E fin qui non arriva. Mai. Siamo proprio sicuri sia un male?

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mercoledì, 06 dicembre 2006
RACCONTO DI NATALE 

(ispirato ad una storia vera)
di Alessandra Carnevali

 
babbo natale
Augusto doveva scrivere un racconto di Natale. Mancavano pochi giorni alla scadenza del concorso letterario e se non avesse scritto quel benedetto racconto di Natale, non avrebbe potuto partecipare e di conseguenza non avrebbe potuto  vincere.
E che cosa ci voleva mai. Qualche migliaio di  battute, una storiellina piccola piccola sufficiente a  riempire una paginetta. Poteva parlare di quello che voleva. Bastava abbinarci la descrizione di un albero pieno di luci colorate o concentrarsi sulla faccia rubizza di Babbo Natale ed il gioco era fatto. Tutti contenti, soprattutto lui che partecipando al concorso letterario sul Natale, lui che scriveva così bene, avrebbe avuto buone probabilità di vincerlo. E siccome in palio c’era un premio in danaro, Augusto vincendo avrebbe finalmente potuto, lui che ricco non era, comprare un regalo alla fidanzata. Un regalo di Natale. La sera della vigilia, cenetta a lume di candela, pacchettino col fiocco, jingle bells e via dicendo.
Già pregustava il momento magico, la calda atmosfera del salotto col camino acceso, la Gilda bellissima col vestito della festa, così bella che gli sarebbe quasi venuta voglia di chiederle di sposarlo.
Ma se non fosse riuscito a scrivere quel maledetto racconto di Natale, tutto sarebbe rimasto nei suoi sogni.
Augusto era in crisi creativa natalizia. Avrebbe potuto scrivere di qualsiasi altro argomento, ma del Natale no. Perché il Natale che gli girava intorno non assomigliava più al giorno speciale che lui aspettava da bambino con ansia gioiosa e se il Natale non lo senti come una fiammella calda accesa nel cuore, pensava Augusto, come fai a descriverlo?
Improvvisamente fu attraversato da un’idea e cercò di raccontare una strana storia inverosimile che gli si era affacciata in testa.
Immaginò che a un uomo ricco e solo, un giorno fosse venuto in mente di fingersi Babbo Natale. Aveva comprato un costume rosso bordato di pelo bianco, una barba posticcia fatta con l’ovatta candida, due stivaletti di pelle nera con la fibbia d’ottone da una parte. Per completare l’opera si era anche dotato di una slitta con sei renne prese a nolo. Aveva acquistato uno spazio web e si era costruito un sito ufficiale, SantaKlaus.com, dove i bambini potevano scrivergli email per chiedere in regalo le cose che più desideravano. C’era pure un catalogo di giochi e di dolci, così quelli indecisi potevano scegliere direttamente on line il dono che volevano.
Non si pagava nulla. Bastava scrivere e ordinare l’oggetto desiderato.
Tra ottobre e dicembre la pagina web del finto babbo Natale aveva ricevuto un numero incredibile di visite. Bambini da tutto il mondo scrivevano ed esprimevano i loro desideri, materiali e non.
I bambini domandarono naturalmente giocattoli per sé,  ma la cosa straordinaria fu che nessuno dimenticò di chiedere un piccolo regalo anche per quei bambini che non avrebbero potuto accedere a quel sito meraviglioso e ai quali nessun altro avrebbe potuto regalare nulla per Natale.
L’uomo, che non voleva deludere nessuno, creò allora  una rete di aiutanti di Babbo Natale in giro per tutto il pianeta e a Natale avvenne un piccolo miracolo. Tutti i bambini del mondo ebbero il loro piccolo desiderio esaudito e nessuno restò senza un regalo.
Maria di Rio de Janeiro ad esempio ebbe una bambola col vestito rosa, esattamente come l’aveva sognata, Mira di Bombay ricevette un paio di sandali nuovi nuovi, Ivan in Cecenia un maglione azzurro e Nara in Etiopia un sacco di riso bianco.
A. finì il suo racconto da idealista sul Natale e lo spedì al concorso certo di aver raccontato qualcosa che non poteva verificarsi nel mondo reale.
Due giorni dopo, sul giornale, Augusto trovò una notizia sorprendente. La storia che lui aveva immaginato nel suo racconto, era una storia vera : un signore americano, un certo L. S., 58enne, ricco uomo d'affari del Missouri, da circa venticinque anni, aveva preso l’abitudine di aiutare, nel periodo natalizio, barboni e senzatetto, elargendo mance cospicue ad ogni bisognoso. I primi tempi questo  avveniva soltanto nel pase di origine di L.S., poi l’uomo aveva cercato aiutanti in altre zone degli Stati Uniti e le sue buone azioni si erano moltiplicate.
Ora però, così era scritto sul giornale, “Babbo Natale” si era ammalato gravemente e le sue finanze doveva impegnarle nelle cure necessarie per guarire.
L.S. non poteva più aiutare il prossimo, come aveva fatto fino a quel giorno, ma non voleva che quella abitudine di generosità andasse perduta. Quindi aveva creato un sito internet e fatto pubblicità sui mass-media perché altre persone potessero  aiutare i bisognosi al posto suo a Natale, perché anche pochi spiccioli, pensava, possono trasformare per qualcuno un giorno triste in una festa.
Augusto con la sua bella favola vinse il concorso letterario e quando intascò i soldi del premio, la prima cosa che fece fu versare un contributo per la causa del Babbo Natale americano che tanto somigliava a quello del suo racconto.
Una bella favola di Natale per una volta si era trasformata in realtà. Un segno per i cuori più aridi? Questo Augusto non lo sapeva, ma di certo ora si sentiva più vicino al significato del Natale.
































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categoria:racconto, natale
venerdì, 17 novembre 2006
MUTANDA SLOW


Evviva: abbiamo scoperto una nuova risorsa per la nostra città.
Una nuova attrattiva per il turista che stufo di guglie e pozzi, stranito da coccetti e merletti, assuefatto a vino e tartufo, scopre un nuovo percorso guidato, un'intrigante esperienza alla scoperta di una delle più eccitanti forme di abbigliamento......il "MUTANDA SLOW", che letteralmente starebbe per Mutanda Lenta, ma vuoi mettere in inglese?
A tal proposito, mi domando se, dopo Rockpolitik, non sia il caso di cambiarlo questo reiterato suffisso che segue ogni "sospiro" che si emette sulla rupe. Magari Celentano se ne accorge, si arrabbia e ci mette nel prossimo monologo e qui ci facciamo tutti la figura di quelli che vogliono bene a Berlusconi e odiano Santoro.
Ma ritorniamo alla grande novità. Il percorso Mutanda Slow sarà inaugurato, e questa è una velina da scoop, la prossima primavera, non appena ultimato il grandioso progetto " VENTI NEGOZIUGUALI 2006....o del franchising serio" con le già programmate aperture di tre megastore di intimo dai nomi accattivanti " Non solo culo" , " I soliti corsetti" e "Cambiale", quest'ultimo da pronunciarsi con accento sulla prima a, mi raccomando, che nella vita spesso è solo questione di accento.
A tal proposito, mi viene in mente l'episodio di quel tale che uscì da una libreria, esibendo il proprio acquisto non incartato, un voluminoso ed elegante tomo sulla cui copertina grigia e senza figure, spiccava visibile a caratteri maiuscoli "MONTALE"....gli si avvicina un amico e lui, fiero di far e bella figura da uomo acculturato, gli mostra il libro, dicendo : " Guarda, cosa mi sono comprato....." e l'amico : " ah allora finalmente è uscito, 'sto benedetto manuale dell'IKEA".
Scusate la divagazione ma "O mytos deloi" , la parabola insegna.
E l'insegna è fondamentale anche per i nostri bei negozi del corso. Come del resto le vetrine che a Natale saranno uno sfavillio di tanga e perizoma rossi e oro con varianti di piume perline e paillettes, un tripudio di reggicalze e calze autoreggenti che si guarderanno in cagnesco e che vinca il migliore, boxer da uomo leopardati con bottone gioiello e slip pitonati con bretella abbinata e pedalino pendant, che se incontri uno bardato così come cavolo fai a resistere.
E noi donne, avendo ovviamente tutte a casa un marito col fisico di Bettarini, diremo "oh si, ce n'era proprio bisogno..." e tutti i mariti orvietani avendo a casa l'equivalente preciso della Monica Bellucci si fionderanno a depauperare le proprie carte di credito per decorare la propria signora come un albero delle feste, per tacer poi delle amanti, che immaginiamo essere donne di bellezza ultragalattica, come del resto questa città ci ha abituati da sempre a vedere.
Non me ne voglia chi, dopo lungo pensare, ha deciso di aprire l'ennesimo negozio di biancheria intima, sicuramente avrà avuto i suoi validissimi motivi, ma io che qualche volta non mi faccio gli affari miei, scusatemi, mi sono chiesta quale fosse la convenienza di queste scelte....soprattutto ai fini dell'appetibilità del centro cittadino che dovrebbe essere un " centro commerciale naturale" come qualcuno lo ha definito.
Magari hanno ragione loro, i venditori di braghe, e tutti verranno ad Orvieto a comprare tanga e push-up e, dopo il successo della MUTANDA SLOW, arriverà uno da Perugia e gemellerà il cioccolato con la lingerie ed inventerà dal nulla, come per magia, la prima edizione di "EUROCHOCULOTTE".

postato da: shesaid29 alle ore 14:09 | Permalink | commenti (2)
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martedì, 03 ottobre 2006
I miei racconti "Amor proprio Timor panico e Cremor tartaro" sono in gara su WWW.SCRITTOMISTO.IT


scrittomisto

gpsm


http://www.scrittomisto.it/granpremio
andate su questo link, registratevi, leggetemi e votatemi numerosi......anche per più di una volta
I libri in gara sono elencati in ordine alfabetico.
Il mio nick di iscrizione è shesaid, quindi scrollate la pagina e cercatemi tra quelli che iniziano per S.

In palio c'è la pubblicazione del libro, quindi conto sul Vostro sostegno.
Grazie di cuore


Alessandra
postato da: shesaid29 alle ore 17:24 | Permalink | commenti (9)
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sabato, 23 settembre 2006
scrittomisto


gpsm



I
miei racconti sono in gara su SCRITTO MISTO.
Votatemi  dal 1 ottobre in poi.
Al più presto vi dirò come fare.

postato da: shesaid29 alle ore 08:42 | Permalink | commenti (3)
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martedì, 05 settembre 2006


Questo è il gioco che impazza nel web

che salta e rimbalza da un blog a un altro blog

che svela gli arcani di blogger no stop

tu invita anche un vip e puoi fare uno scoop



Regolamento:

Il primo giocatore inizia il suo post con il titolo 5 MIE STRANE ABITUDINI, e le persone che vengone invitate a scrivere un post sul loro blog, a proposito delle loro strane abitudini, devono anche indicare chiaramente questo regolamento. Alla fine, dovrete scegliere 5 nuove persone da indicare. Non dimenticate di lasciare un commento sul loro blog o journal, che dice, SEI STATO SCELTO (si accettano commenti), e dite loro di leggere il vostro.



5 mie strane abitudini:


1. lavare i piatti con l'acqua bollente quando ho bisogno di rilassarmi (meglio della meditazione o di un valium)

2. Scrivere tanto, spesso, ma solo con il computer. Però continuare a comperare quintali di penne, quaderni e agende.

3.  mettere il pigiama e le ciabatte appena arrivo a casa

4. comperare vestiti solo al banco dell'usato al mercato, ma spendere centinaia di euro per le scarpe

5. farmi dei film catastrofici su ogni situazione non chiara che mi capita


Coinvolgo:

Elisabetta

Lord Lucas

Andrea

Anna Tatangelo (chissà che non accetti sul serio di partecipare)

Syria (come sopra)

postato da: shesaid29 alle ore 14:46 | Permalink | commenti (5)
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venerdì, 25 agosto 2006







Amor proprio 
timor panico
e cremor tartaro

 

racconti di Alessandra Carnevali


Contatti:


alessandracarnevali@tin.it
blog: shesaid.splinder.com
http://festival.blogosfere.it











Introduzione


Questo non è  un libro.
E’ un magazzino, un solaio, una soffitta.
Una stanza da mettere in ordine.
Un luogo dove togliere la polvere dagli oggetti e osservarli sotto una luce nuova.
Catalogare e sistemare ogni cosa negli appositi contenitori .

Quattro casse ed ogni cassa un’ etichetta con un nome  che ne riassuma in qualche modo il contenuto.

La prima cassa si chiama Amor proprio e contiene i ricordi sorridenti , l’infanzia affettuosa, le foto delle persone che ci hanno riscaldato la vita.

La seconda e’ Timor Panico: paure, disavventure  e cure di sopravvivenza, ma senza farne un dramma.

La terza , Cremor Tartaro, parla di cibo per il corpo  e di fame dell’anima.

La quarta contiene fantasia, altro da me, forse.

Leggete, se potete,  ogni riga e quello che c’è  in mezzo, ma di una cosa mi raccomando : non chiamatemi  poetessa, ne va del buon nome dei poeti.










Amor proprio




mic3
Io, la nonna  e il Festival di Sanremo





M
ia nonna, la madre di mio padre, negli anni sessanta, la sera del  Festival  si truccava e si vestiva molto elegante.
Si sedeva con me, che ero una bambina e con il resto della famiglia davanti al televisore in bianco e nero e guai se volava una mosca.

Un  registratore azzurro a bobine cigolava e ansimava, catturando le voci di Claudio Villa, la Cinquetti, Milva, Mina e Modugno.
Il giorno dopo riascoltavamo quelle registrazioni dove oltre le canzoni potevi trovarci sbadigli, frasi presto zittite,  scappate in un momento  di distrazione e  lo sciacquone del vicino.
Poi  uscivamo,la nonna ed io,  e compravamo il Canzoniere Tascabile con  le parole delle canzoni del Festival.
D
opo poche ore le avevamo già imparate a memoria.
Ricordo che nei pomeriggi successivi al Festival ricreavamo la nostra piccola kermesse casalinga: la nonna era il pubblico, l'Orlanda, la governante, presentava ed io cantavo e naturalmente alla fine vincevo la gara.
L'Orlanda , con la scopa a mò di microfono con l'asta, an
nunciava con enfasi: "...ed ecco a Voi , la signorina Alessandra che vi canterà Io tu e le rose!!!!!" E la nonna : " Beneee, bravaaaa......”.
E giù applausi della nonna e dell'Orlanda.
Io uscivo dondolando dalla porta del bagno e mi piazzavo al centro del tinello e afferrata la scopa  iniziavo a cantare.
"Bene brava bis....." - o come diceva lei -"..L'arivolemo" - che era l'equivalente del bis dalle nostre parti .
A volte mi "arivolevano" per un pomeriggio intero, se la nonna non aveva la canasta con le amiche.

Questo era per noi allora il Festival di Sanremo...un appuntamento importante, che lasciava il segno nelle nostre giornate, e segretamente ci faceva sognare che  chissà ,magari, un giorno la signorina Alessandra avrebbe potuto anche parteciparci sul serio.

L'anno che a Sanremo ci andai davvero, perché qualcuno cantava una canzone scritta da me, la nonna ci aveva lasciati già da molto tempo, così come avevano fatto altre persone importanti della mia vita, con le quali avrei voluto condividere quel sogno realizzato.
Anche l'Orlanda mancava all'appello.
Però , quella sera, mi era come sembrato di vederli, mia nonna e gli altri, tutti vestiti eleganti seduti attenti ad ascoltare e guai se volava una mosca.








L’Orlanda ovvero quello che dico sbaglio


Fisicamente me la ricordo poco, l’Orlanda. Non era né magra né grassa, né bella né brutta, né bassa né alta.
O forse un po’ bassina lo era , ma siccome quelli che la riguardano sono perlopiù  miei ricordi d’infanzia, a me sembrava una nella media.

I suoi capelli erano bianchi e li portava raccolti sulla nuca in una crocchia ordinata.
La sua “parannanza” immacolata copriva sul davanti i suoi vestiti mai sgargianti.
Quando nacqui io l’Orlanda lavorava per mia nonna già da parecchio tempo come governante e dopo restò con noi almeno per altri vent’anni.
Mentre sfaccendava parlava molto e commentava a modo suo pettegolezzi locali e notizie del giorno ed alla fine , quando aveva finito di dire quello che doveva dire, aggiungeva immancabilmente: - Signo’, poe quello che dico sbajo!” – quasi a non volersi assumere la responsabilità di quanto aveva appena detto.
Una mattina del 1982, arrivò trafelata e commossa, entrò in cucina ansimando e annunciò: - Signo’, sapesse che è successo…hanno ammazzato uno..un pezzo grosso della Chiesa!!!! –
-    Oddio Orla’, mica avranno risparato al Papa???- si allarmò la nonna.
-    No, Signò, no….un pezzo grosso della chiesa, hanno detto, se no dicevano hanno ammazzato il Papa!”-
-    “ Un cardinale? – domandò mia madre.
-    No,  signò, alla radio hanno detto così, hanno ammazzato un pezzo grosso della chiesa, uno che comanda tanto nella chiesa.
-    Ma sarà stato un vescovo? – buttai lì io, rimasta a corto di cariche ecclesiastiche di una certa importanza.
-    Signorì,  io non avrò capito chi e’, ma so’ sicura sicura che era un pezzo grosso della chiesa. E poe Signo’ lo sapete no, che io quello che dico sbajo!?”

Si sbagliava, ma quella volta neanche troppo.
Ci scervellammo tutta la mattina per scoprire l’identità del misterioso prelato assassinato, finchè il telegiornale delle tredici non ci tolse ogni dubbio: il Generale Dalla Chiesa era stato ammazzato dalla mafia.


orvieto

Orvieto


 

Orvieto è una pigra regina seduta su un sasso.
In testa una corona di mosaici e oro ed intorno torri e campane a scandire l'inutile passo del tempo.
Qui non accade nulla: viviamo, quasi senza respirare, una vita ferma e, come in un museo, ci aggiriamo , indifferenti, lungo corridoi di pietra antica, finendo a volte e casualmente nelle foto scattate dai turisti.
Ci conosciamo tutti, noi abitanti della Rupe - vita, morte, miracoli come una grande famiglia, dove l'armonia non sempre regna, ma alla sera, siamo ancora tutti lì, per il rito dei saluti lungo il corso o sulla piazza, velando di sorrisi sciocche invidie, infantili competizioni che aggiungono sapore alle giornate.
Le mode arrivano in ritardo , si guarda con sospetto ai cambiamenti e pur soffrendo per la noia e per questa esistenza monocorde, amiamo questo nido oltre ogni cosa.
Chi arriva da lontano e da abitudini diverse e più frenetiche, trova quassù un angolo di pace e resta inebriato, non solo per il vino bianco e fresco o per la calma apparente, ma anche e soprattutto per quel magico impatto che si prova, nel ritrovarsi in faccia, all'improvviso, la meraviglia del Duomo e le sue guglie e l'oro del ricamo del rosone, incendiato dal sole, inconsapevole regista di quel sacro trionfo.
Una volta superato lo stupore di quella perfezione inaspettata, il turista si avvia verso altre mete: il Pozzo con i suoi troppi scalini, dove scendendo non incontri mai chi sale e dalla passerella, giù nel fondo, getti monete all'acqua ferma e bassa, nel buon rispetto della tradizione.
E la funicolare che ha ripreso a camminare, è lì vicino : adesso è rossa e funziona col computer, ma io me la ricordo ancora , azzurra e ad acqua. Salirci sopra era un viaggio avventuroso che ti portava giù fino alla piana e poi di nuovo su, come una giostra. 
Ascensori e scale mobili non sembrano aver scalfito il fascino silenzioso ed incorrotto, dall'altra parte del Tufo, del quartiere medievale: vie strette, archi , ripide salite e case conservate come allora.
Un labirinto di muri gialli e balconi con i fiori, chiese e botteghe e chiostri : la cinta delle mura a precipizio segna un confine netto con il mondo.  Se ci si affaccia si vede lo strapiombo e in fondo , troppo spesso, dei fiori che ricordano esistenze spezzate da quel volo .....
Se Orvieto è capace di arricchire l'occhio straniero assetato di cultura e di arte antica e rinfranca chi passa per un giorno su quest'isola di terraferma, è vero anche che sa far manbassa di speranze e sogni di certi che la abitano.
Il tufo ha una malia particolare che toglie forza e volontà di fuga ai più fragili , che stanno ad aspettare , seduti in un angolo soleggiato della piazza, Godot che non arriva : un amore da film, un'avventura o l'occasione della loro vita.
Orvieto ti dondola in un 'infanzia eterna finchè diventi vecchio: gli anni ti passano addosso , li riconosci solo dallo specchio.
Chi vuole far carriera parte appena diplomato e per molti l'università è la prima grande occasione di lasciarsi alle spalle quel grosso borgo di bambini e vecchi e di coppie sposate all'abitudine.
Ma da fuori si torna sempre volentieri, a Pasqua o per Natale , per respirare ancora l'aria immota , fitta di ricordi , comunque piena di malinconia gradita.
Si torna a rivedere , con curioso batticuore , facce perse di vista per mesi o anni , a volte solo giorni,  luoghi  mai scordati ,monumenti ad emozioni impolverate.
Le nostre feste sono feste di paese, c'è ancora la banda , il vino e la porchetta, poi i fuochi d'artificio, per finire.
Scandiscono l'anno la festa del patrono , proprio all'inizio della primavera  con il Palio dell'Oca e poi la Palombella della Pentecoste, con la colomba bianca infiocchettata di rosso che sul filo arriva fino al Duomo in un fragore di scoppi e di fiammelle. A Giugno il Corpus Domini e il suo corteo con i costumi pregiati , è di certo l'appuntamento più importante che richiama gente da ogni parte e, sembra strano, ma vederli lì, gli uomini di Orvieto, calati in fieri ruoli medievali, è proprio bello e rinnova l'emozione.
Piccole cose , forse troppo poco ....ma per la nostra filosofia del "si ha 'dda venì peggio!", non ci dispiace mica così tanto!!!
Orvieto è  questa: amore e odio , poche sorprese e rari mutamenti... legami forti , che non sai spiegare, perchè questa città ti entra nel sangue:è la malia del tufo, nessuno qui ne è immune: non ne guarisci mai e, forse, in fondo al cuore, nemmeno lo vorresti.


La  Rosina del bar

La Rosina era la padrona del bar più  famoso del paese.  Stava alla cassa,  ben vestita e col rossetto forte e ad ogni avventore lei, con l’inconfondibile voce chioccia e alta scandiva tipo di consumazione e prezzo.
Salutava i suoi clienti abituali chiamandoli col titolo di studio o, in mancanza di quello, col nome della ditta per cui lavoravano.
-Salve Dottore !!! Buonasera Ingegnere! Ben alzato Sip! – incalzando poi  affettuosa e pungente le cameriere perché fossero svelte ed efficienti nel servizio:
 - Su, stellina ripiena, un caffé all’Avvocato!? - .
Una volta, non sapendo come chiamare uno che faceva il tecnico al reparto di radiologia, dicono  lo abbia accolto con un meraviglioso “Buongiorno Paramedico!” passato alla storia, come almeno un altro migliaio delle  sue incancellabili uscite.
La Rosina aveva un marito, che negli ultimi anni della sua vita non stava troppo bene e quando era al bar si aggirava come un’anima persa nel locale e poi si fermava sulla porta a fissare la strada aprendo e chiudendo la bocca ritmicamente tanto che alcuni l’avevano impietosamente soprannominato “la Carpa”.
Poi la Carpa morì, ma la Rosina restò in sella alla cassa del bar per molti anni ancora e, con l’aiuto del figlio,  traghettò quel posto da bar normale a bar d’elite, addirittura classificato secondo tra tutti i bar d’Italia. E noi del luogo ce ne accorgemmo dall'immediato lievitare dei prezzi.
A tutti i bambini la Rosina  regalava una caramella quando li vedeva entrare, ma i maligni mormoravano che comunque l’avrebbe poi messa sul conto della mamma o del papà della fortunata quanto ignara creatura.
Di sera,  se andava  via la luce e il bar restava al buio,  urlava ai clienti di battere le mani, così,  pensava, non avrebbero potuto rubare niente.
Però era unica. La vita non era stata proprio generosa con lei, di prove dure ne aveva avute, anche di quelle capaci di piegarti irrimediabilmente, ma lei era forte, era un personaggio.
Osservava tutto, sapeva tutto, a lei non sfuggiva nulla. Conosceva vita morte e miracoli di tutti i compaesani che passavano da lei.
Dei clienti nuovi, occasionali o che venivano da fuori, quelli da un caffè e via per capirci, cercava di indagare il più possibile, nel tempo brevissimo di una consumazione.
In questo era meglio di Tom Ponzi e  Sherlock Holmes messi insieme.
Lei l’essere umano lo capiva al volo. Da quello che chiedeva, da come lo beveva e perfino da come pagava il conto, la  Rosina intuiva passato presente e  futuro, semplice e anteriore.

Un giorno entrai nel suo bar con un ragazzo di Roma con il quale uscivo da pochissimo e che sarebbe poi diventato mio marito. Ma quella era la prima volta in assoluto che veniva a trovarmi.
La Rosina ci squadrò sin dal nostro ingresso, ci studiò durante l’aperitivo e quando fummo alla cassa per pagare notò che lui stava dimenticando di prendere il resto .
Glielo fece notare e quando lui tornò indietro per ritirare gli spiccioli, lei sorniona sottolineò: “Distratto? (pausa)  Capisco!” ed aveva detto tutto.
Uno dei suoi momenti più alti lo raggiunse un giorno di ormai quasi trent’anni fa.
“Buongiorno signora Rosina, -  le disse un tizio entrando per un caffè e poi aggiunse indicando l’altoparlante da cui proveniva una bella musica:   - “Ciaikovskij???” –
E la Rosina, implacabile : “ Due tosti al signore!




cinema

Il  Cinema Palazzo




Il Cinema Palazzo era il cinema della mia famiglia.
Si chiamava così perché si trovava dentro l’antico Palazzo del Capitano del Popolo, prima che questo, verso la fine degli anni ’70,  fosse destinato a diventare  Palazzo dei Congressi,  comportando la chiusura definitiva della sala cinematografica.
Lo aveva aperto, negli anni dopo la guerra, mio nonno, quello che, dicevano,  somigliava a Clark Gable e da lui lo aveva ereditato mio padre, che, dicevano,  somigliava a Gregory Peck. Chi, meglio di loro due,  avrebbe potuto gestire un cinema ?
Il  Palazzo aveva  una platea ed  una galleria, separate da una balconata. Le porte di accesso ai due settori, una sulla destra e l’altra alla sinistra dell’ingresso principale, erano coperte da tende di pesante velluto rosso che puzzavano  di  sigarette e muffa .
Le poltroncine erano di legno chiaro, bordate di marrone più scuro con il sedile che si alzava richiudendosi su sè stesso, quando l’occupante lasciava il suo posto.
Le pareti erano ricoperte da contenitori vuoti delle uova che, pare, garantissero una rudimentale, ma efficace insonorizzazione a basso costo, ancor più basso, se si considera che i contenitori provenivano da un vecchio e poco fortunato allevamento di polli del nonno.
La sala, però,  era bellissima con gli archi di tufo molto alti da cui pendevano enormi lampadari in ferro battuto che ti davano l’impressione di trovarti alla corte di un feudatario in pieno medioevo.
All’ingresso, sotto la scala che portava in galleria, c’era il gabbiotto della  cassa, un buco freddo e umido stiepidito da una stufetta elettrica di quelle con le spirali  rosse incandescenti. Di solito ci  stava la nonna  Gigina che faceva i biglietti, vendeva le gomme americane e rispondeva al telefono a chi voleva sapere il titolo del film o gli orari delle proiezioni.
La nonna stava alla cassa del cinema un po’ come la Rosina  a quella del suo bar. Solo un’altra cassiera godeva a quei tempi di pari notorietà in paese ed era la Pornopina , giallognola e rinsecchita titolare del Supercinema, dove perlopiù si proiettavano i film a luci rosse.
Al Cinema Palazzo, come in ogni cinema che si rispetti, c’era la maschera che strappava i  biglietti . La nostra si chiamava Giovanni, detto il Muto, perché effettivamente lo era, muto, ma io credo di non aver mai sentito nessuno parlare così tanto. Era così espansivo e affettuoso che quando mi vedeva, cominciava a fare tutta una serie di versi a modo suo che alla fine capivo perfettamente che era contento di vedermi, che mi trovava bene e che dovevo salutargli  la mamma , il babbo  e tutta la famiglia,
Quando non faceva la maschera,  Giovanni lavorava alla stazione ferroviaria , non so bene con quali mansioni. Siccome era ovviamente anche  sordo, un giorno che era sul binario non aveva sentito arrivare il treno.
Lui non aveva sentito il treno, il treno non aveva visto lui e  lo aveva preso in pieno.
Ma il Muto non era morto. Si era rotto tutto, ma non era morto, nemmeno sotto il treno. Secondo me era stato il convoglio ad avere la peggio.
A cominciare dalla  figura del Muto, il Palazzo ricordava  molto il Cinema Paradiso del film di Tornatore.
Benito il proiezionista era come Philippe Noiret ed io  come Totò , il bambino che dentro il cinema ci vive tutta l’infanzia,l’adolescenza, il primo amore scopre la vita attraverso lo schermo e in qualche modo  tutti i momenti importanti della sua esistenza sono legati ad altrettanti film.
La  differenza è che il Cinema Palazzo non fu mai demolito come invece accade al Cinema Paradiso, ma fu ugualmente  cancellato. Di sicuro  per far posto a qualcosa di più moderno e di più ampia utilità, ma con il Cinema Palazzo vennero spazzati via quarant’anni di  vita cittadina , tante piccole storie di persone che avevano pianto o riso fino alle lacrime, emozionandosi, su quei sedili scomodissimi, che erano cresciute o  invecchiate,  entrando e uscendo da quelle tende di velluto rosso che sapevano di sigarette e muffa, tanto che quell’odore, se adesso passo da quelle parti, mi sembra di sentirlo ancora.





AGHE SPILLE E SPECCHIE

Aghe spille e specchie
Occhiale pe’ le vecchie
Elastiche pe’ le mutanne
Porta librette de la mutua
Porta madonne
Ombrelle pe’ quanno piove
Impermeabile tascabile co’ la cintola
Che coprono tutta la persona

Traduzione italiana:
Aghi da cucito spille da balia  e specchi da borsetta.
Occhiali da vista per persone anziane.
Elastici per sostenere la biancheria intima
Contenitori in plastica per documenti sanitari e per immagini sacre.
Ombrelli per il maltempo  e impermeabili tascabili di plastica completi di cintura così grandi da  riparare l’intera figura.

Se fosse ancora vivo e un discografico ascoltasse la sua filastrocca, un bel rap non glielo toglierebbe nessuno a Michele Marasco, ambulante cieco, venditore di cianfrusaglie varie,  per tutti sempre e solo Marasco.
Originario di qualche remoto e non meglio identificato posto dell’Umbria del nord, come si poteva intuire  dal suo accento, Marasco era un’istituzione qui in paese. Lavorava da solo e non aveva negozio , né bancarella. Si portava tutto addosso, come i venditori di bibite allo stadio.
Era un One Man Shop.
Ogni giovedi’ ed ogni sabato, che piovesse o che nevicasse,  la moglie lo accompagnava di buon’ora sulla piazza del mercato, lo posizionava  dalle parti dell’Hotel Reale e lo lasciava lì per tutta la mattinata, con la sua cassettina grigia  ad armacollo, piena degli oggetti più disparati, dalla spilla all’aeroplano, dal bottone finto madreperla al rocchetto di filo semiseta , dal rosario fosforescente  alla cerniera lampo .
La mercanzia era più o meno quella di  certi venditori cinesi di oggi , ma a quei tempi di ambulanti stranieri non se ne vedeva nemmeno l’ombra ed il più straniero della piazza  era proprio lui, Marasco , che veniva di sicuro da fuori e non si sapeva  esattamente da dove.
Qualcuno diceva che non fosse veramente cieco o perlomeno, non completamente e che in realtà facesse solo finta, per migliorare i suoi affari o per qualche altro misterioso motivo.
Si raccontava infatti che in decine di anni di attività non avesse mai sbagliato a dare un resto e che nessuno gli avesse mai sottratto merce dalla cassetta, approfittando della sua menomazione.
Marasco non era affabile, anzi era un tipo piuttosto brusco, anche con i clienti, però con quella sua specie di canzoncina  aveva trovato il modo di rendersi assolutamente visibile e inconfondibile. Uno slogan pubblicitario rimasto nella testa di tutti, nella memoria di qualunque abitante di questo paese che oggi abbia sulle spalle non meno di quaranta primavere, uno spot micidiale da far invidia ai caroselli degli anni 60 , quelli che dopo si doveva per forza andare tutti a dormire, chissà perché.
Ebbene si, noi ultraquarantenni di questo  posto siamo cresciuti  con Calimero, il dadaumpa e con la canzone di Marasco.
Se fosse ancora vivo sarebbe famosissimo  e non solo qui da noi.
Avrebbe un Marasco Franchising in ogni mercato d’Italia  e persino  un sito internet: www.aghispilliespecchie.com.





 
Non c'è più la mezza stagione

Da qualche anno l'estate è un arrivo imprevisto..
A volte è già qui troppo presto e ci coglie e ci toglie i cappotti ancora  infilati, le coperte di lana dai letti, ci asciuga gli ombrelli ancora bagnati dell'ultima pioggia.
Altre volte si fa un pò aspettare,  un pò più del dovuto e dopo veloci, ingannevoli prove noi siamo già pronti al teatro all'aperto , vestiti come farfalle d'agosto , nudi come tedeschi a una  gita e quella, l'estate, non viene e ci schiaffeggia di vento impietoso e freddino che è già quasi giugno, che la scuola tra poco si chiude e ancora portiamo le calze su tristi caviglie sbiadite che sì che da un anno non vedono il sole.
Ma tardi o in anticipo, arriva e  riaccende il colore, anche quello del cuore.


Il phon


phon Una volta  Orvieto d'estate era un'oasi felice.
Ci si veniva volentieri anche da fuori, non perchè d'estate accadesse qualcosa di speciale,  ma perchè
il clima era fresco e piacevole e l'aria pulita.
Un romano de Roma faceva 100 km. verso nord e rinasceva a nuova vita , trovando in questo posto almeno 5  gradi di calore in meno rispetto alla fornace capitolina, come pure un fiorentino di Firenze venendo dalla parte opposta poteva godere del medesimo miracoloso effetto.
Ed allora anche un semplice panino con la quaglia e un balletto liscio alla festa dell'unità o un film all'aperto dell'arena cornelio diventavano godurie imperdibili, se assaporate in fresche serate prive di afa opprimente.
Ma ahimè tutto questo è solo un ricordo.
L'estate orvietana non è più così.
Da qualche anno il caldo ci opprime come in qualsiasi altro posto, sulla rupe l'afa ristagna per ore fin dopo il tramonto ed il panino con la quaglia ne risente.
Eh si , perchè dentro il panino anche la quaglia suda!

La prima volta che questo avvenne e cioè la prima volta che ad Orvieto l'estate non fu poi così fresca, si pensò fosse un caso....magari un errore di percorso dell'anticiclone delle Azzorre, un guasto ai termometri da esterno, un convegno di piromani incalliti al monte Peglia.....
Poi iniziarono ad accedere fatti strani ed inquietanti, che indussero anche i più ottimisti a preoccuparsi:

-    un  predicatore in mutande  fu visto più volte percorrere in su e in giù il centro storico, imprecando e borbottando frasi sconnesse all'indirizzo del governo, ladro esattamente come quando piove;
-    la zona Cynar dei bar all'aperto si allargò a macchia d'olio, tanto che tutto il traffico fu dirottato nei vicoli adiacenti, così che pure gli abitanti dei vicoli più stretti e tortuosi poterono provare l'ebbrezza dei gas di scarico nelle notti d'estate;
-    la libreria dei Sette prese definitivamente possesso dei portici di Sant'Andrea da Giugno a Settembre inoltrato;
-    anche i piccioni del centro storico acquistarono un condizionatore d'aria.

Quando poi per il terzo anno consecutivo ,si ripetè il famoso fenomeno dei 32 gradi all'ombra alle nove di sera su Piazza della Repubblica, evento documentato da un revisionatissimo termometro digitale a muro della farmacia comunale, cominciammo a capire che forse qualcosa era per sempre cambiato, la pacchia finita, la frescura perduta.

"ma perchè?"ci chiedemmo in più d'uno.

Il perchè non si sa, ma da qualche tempo serpeggia , oltre allo scontento, anche una singolare e surreale leggenda metropolitana.....la strana storia dell'uomo col phon.
L'uomo col phon è un misterioso individuo di ignota provenienza che ogni anno, da qualche anno arriva ad Orvieto tra maggio e giugno, raramente più tardi. Scende dal treno con una voluminosa  e pesante valigia nera e prende una stanza in una piccola pensione a una stella nella periferia della città.
Nessuno sa con certezza cosa contenga il bagaglio dell'uomo, ma dopo una serie di improbabili congetture si è giunti a quella che potrebbe più verosimilmente corrispondere alla realtà.
La valigia contiene un enorme phon, uno di quelli che usano i parrucchieri per fare la messa in piega alle signore, ma di dimensioni esagerate, mai viste.
E l'uomo, forse pagato dai servizi segreti o forse per una sua perversa quanto inspiegabile monomania, ha una sola missione.
Tenere acceso il phon alla massima velocità per tutta la durata dell'estate, così da rendere irrespirabile e incandescente l'aria orvietana.
Qualcuno dice di averlo visto, ma nessuno ne ha mai fornito un preciso identikit.
Secondo alcuni ha l'aspetto di un grigio impiegato, ha circa 50 anni ed è leggermente claudicante.
Per altri è uno straniero di bell'aspetto, ma  con gli occhi di ghiaccio ed il cuore pietrificato in un inverno perenne da un amore finito male  e mai dimenticato.
Per altri ancora è Berlusconi.
Si racconta pure che nelle notti più calde egli vegli seduto al balcone tenendo il phon acceso puntato verso la Rupe e che a tratti in sottofondo si possa udire un sommesso quanto straziante lamento: il coro delle badanti moldave.
Ma questa, forse,  è un'altra storia.....





In principio era la "donna" (di servizio)

colf In principio era la "donna di servizio", per comodità chiamata la "donna", ovvero quella persona, indiscutibilmente e invariabilmente  di sesso femminile, nonostante qualche non raro  esemplare simpaticamente baffuto, che a partire dagli anni del boom economico,  in cambio di uno stipendio più o meno congruo, sollevava abbienti madri di famiglia italiane e signore bene dall'incombenza dei lavori domestici  più pesanti e tediosi.
Prima di allora si erano avute solo sporadiche notizie di governanti altoatesine e tate tedesche  al servizio di famiglie aristocratiche, poi la borghesia  si arricchì e la donna di servizio divenne un irrinunciabile status symbol.
Negli anni Ottanta poi,  la "donna" prese il nome di collaboratrice familiare - "colf" per i più intimi  e per i più aggiornati, un appellativo considerato più rispettoso e senza ombra di  dubbio  assai più  politically correct ed in armonia con la convenzione di Ginevra (??) .
Le domestiche intanto, mentre svolgevano con dedizione  e sopportazione il loro lavoro, si fidanzarono e si sposarono ed ebbero figlie che studiarono e si laurearono e negli anni  Novanta  trovarono un buon lavoro e comprarono la casa e a quel punto, non potendo seguire contemporaneamente faccende domestiche e carriera,  pensarono che fosse giunto il momento di assumere una collaboratrice familiare.
Fu proprio allora   che scoprirono un fatto sconcertante: in Italia non c'erano più "le donne di servizio".
Nessuna  ragazza italiana, neanche a pagarla oro,  era più disposta ad andare nelle case a dare lo straccio e a spolverare gli stipiti.
Le figlie benestanti e in carriera  delle donne di servizio  delle donne benestanti di prima non poterono chiudere il cerchio,  pareggiare il loro conto sociale in sospeso.
Ma  fu lì , in quel "vacuum  pulendi" che timidamente spuntò , dal nulla e dal buio degli uffici di collocamento, la prima  Badante Moldava.
Se è vero che  nelle metropoli esisteva già il fenomeno del filippino o del tato srilankese,  nella nostra provincia attecchì e proliferò la "Badante Moldava".
Badante : participio presente del verbo badare, ovvero "colei che bada", neologismo che significa "persona che si prende cura, soprattutto presso privati, di anziani, bambini o disabili".
Eh si, perchè la nostra preziosa badante, oltre a spicciarci casa, si faceva carico di tutte quelle mansioni che riunivano in una sola persona la baby-sitter, l'infermiera e la dama di compagnia.
Giocava e accudiva i nostri indiavolati bambini e si prendeva cura con amore dei nostri anziani genitori con l'alzheimer e il parkinson:
Bambini incontenibili e anziani incontinenti? niente panico...c'è la Badante Moldava.
Sorridente, simpatica e affidabile tutti ne abbiamo avuta o almeno conosciuta una, regolare o clandestina, giovane o vecchia, bella o brutta, laureata in storia o in letteratura. sposata o single. L'abbiamo accolta in casa  e ci ha, spesso, risolto la vita.
Impagabile....questo il termine per definirla...se si ammalava o si assentava qualche giorno era la fine, il baratro, la disperazione...la portavamo dappertutto, al mare in montagna al ristorante ....senza di lei  era come se ci mancasse un braccio.
Ed anche se l'Italia rotolava ormai giù per la china di una crisi economica senza precedenti, eravamo pronti a  sacrifici di ogni genere pur di continuare a pagare "l'impagabile" badante moldava:
I nostri figli parlavano ormai un italiano con accento sardo/rumeno ("babbu mi compri Cicciobellu?") e i nostri anziani parenti, nei rari momenti di lucidità, chiedevano di mangiare una "chorba sarbushka", ma con poca cipolla.
Tutto sembrava andare per il meglio, finchè una notte d'estate, più calda del solito,  mentre l'uomo col phon imperversava con il suo infernale apparecchio (vedi La Città n.7/8 anno 2005) si udì provenire dal sottosuolo un lamento inquietante, una specie di canto sommesso, una preghiera recitata in una strana lingua, che però, sin dal primo momento,  ci sembrò di aver già sentito.
Nessuno lì per lì ci fece caso, si pensò ad una allucinazione uditiva, al passaggio del vento nelle grotte sotto la città.
Ma il fenomeno si ripetè, tornò la notte dopo e quella dopo ancora....si indagò, si fecero congetture ed ipotesi di ogni genere.
Chi si nascondeva nell'underground?
Una setta satanica?
Le anime dei defunti?
Bin Laden ed i suoi adepti?
Berlusconi dopo la definitiva disfatta elettorale??
Nicola Piovani che provava il suo nuovo spettacolo?

Un ottantenne svelò parte del mistero la mattina del 15 luglio 2006.
"Questa canzone la conosco! La canta sempre la  Ludmilla quando fa il soffritto ....."
Ludmilla era la sua badante moldava.
"Si , è vero - disse il piccolo Mirko di cinque anni  - anche Maria me la canta sempre per farmi addormentare....".
La polizia fece irruzione nelle grotte la notte del 16 luglio, ma non trovò niente  e nessuno . Chiunque fosse stato lì aveva ripulito tutto a dovere, senza lasciare tracce.
Sembrava un mistero destinato a rimanere irrisolto....
Il mattino dopo un'amara sorpresa ci attendeva...le badanti moldave erano sparite ed anche l'uomo col phon. Come nel pifferaio magico, pensarono i più fantasiosi.
Improvvisamente l'estate finì, la mattina del 17 luglio 2006 il termometro esterno della farmacia registrò meno 8 gradi.  E nevicò.
Passò un anno gelido e triste.
Di giorno eravamo troppo occupati nelle nostre faccende domestiche, ma la notte tendevamo l'orecchio nella speranza, vana, di sentire di nuovo risuonare nell'aria, il coro delle badanti moldave.
La mattina del  1 luglio 2007 , dopo l'ennesimo aumento delle tasse da parte del governo Fassino, dal piazzale della Stazione partì il primo pullman per Chisinau.
A bordo,  quarantacinque ragazze italiane in cerca di fortuna e di un futuro migliore.




bomba Bomba

Il vero nome di Bomba era Duilio ed era romano di sette generazioni.
Qualcuno  lo aveva soprannominato così perchè le sparava grosse.
Aveva  un negozio di articoli vari dalle parti di via Merulana e faceva affari d'oro con quelli che andavano a trovare qualcuno all'Ospedale che si trovava lì vicino.
Le vecchiette dei paesi della  provincia romana a quei tempi si avventuravano in città solo per visitare i loro congiunti infermi. Arrivavano col pullman e puntualmente si ricordavano che al loro parente malato avrebbe potuto far comodo, oltre alla frutta che si erano portate dall'orto di casa, che so, un'acquetta di colonia, un dentifricio al fluoro, un pettinino d'osso o meglio ancora una saponetta per lavare le mani che, si sa , all'Ospedale ne girano di  malattie.
E su quel pezzo di strada che percorrevano a piedi, tra la fermata dell'autobus e l'ospedale, si imbattevano nella bottega del Signor Duilio. Una volta entrate cercavano di spiegare  correttamente quanto loro abbisognasse e magari se ne uscivano con un timidissimo : - " che c'ha una saponetta pe' l'ospedale ?".
BOMBA , serio e professionale, squadrava dall'alto in basso le timorosissime clienti  e  con l'aria di chi sa di sapere il fatto suo, indicando con un gesto largo  della mano lo scaffale delle saponette,  poneva loro un ardito quesito: " Medicina o chirurgia? "
Quali fossero poi le risposte a cotanta brama di precisione, non ci è dato sapere come non ci viene riportato il commento finale di quel signore che , speranzoso di poter vedere tornare fluente come un tempo la propria capigliatura ormai funestata da incipiente calvizie,  aveva chiesto un giorno al signor DUILIO di consigliargli una buona lozione per la ricrescita dei capelli. Il Signor BOMBA gli aveva allora solennemente  presentato due confezioni dello stesso miracoloso preparato, una più  grande  ed una più piccola.
Il cliente, non sapendo in quali dosi bisognasse  utilizzare il prodotto,  gli aveva domandato quale fosse meglio acquistare, per ottenere un qualche visibile risultato.
BOMBA , con la solita aria di competente superiorità, lo aveva guardato quasi con rimprovero e sportosi verso di lui dal bancone , gli aveva soffiato secco in un orecchio : "Dipende da quanto li volete lunghi".
Nell'altra metà del suo esercizio,  quella non dedicata ad articoli di profumeria, il signor DUILIO vendeva articoli da regalo e che articoli da regalo. Bicchieri in vetro di Murano colorato, teiere, caraffe e bricchi dalle fogge improbabili che solo un masochista avrebbe acquistato per sè e che solo un sadico avrebbe rifilato ad altri.  Ovviamente  una delle vetrine del negozio era occupata da questi oggetti e l'effetto era a dir poco tremendo. La parte espositiva consisteva infatti di alcuni ripiani rivestiti in velluto rosso, sul quale facevano bella mostra di sè alcuni servizi da the e da caffè di porcellana ricoperta da decorazioni in rilievo in "finissimo oro zecchino", come specificava un cartoncino scritto a mano posto a fianco del servizio. Sia le tazze che i piattini sfoggiavano rubini giganteschi che manco Liz Taylor , sapientemente incastonati nella glassa dorata e pesante del decoro.
Le ragazze del quartiere,  passando davanti alla vetrina che a dire il vero aveva anche un che di macabro, si divertivano a minacciarsi a vicenda : "Se mi fai arrabbiare, quando ti sposi ti regalo le tazzine di BOMBA:! - e si domandavano se esistessero davvero e chi fossero mai gli acquirenti o i destinatari  di tali finezze. E a parte il Conte Dracula o qualche porporato fresco di nomina, non gli veniva in mente nessun altro.
Nei momenti di calma piatta, BOMBA metteva una sedia fuori  dalla bottega e da lì osservava e commentava con il suo caustico umorismo, tutto quello che vedeva.
Un giorno un suo amico, di nome CARTONI che abitava sopra il negozio di Bomba, , si preparava a partire per le vacanze con la sua numerosa famiglia.
Ormai da ore il signore e la signora Cartoni e i loro quattro figli portavano giù da casa valigie e scatoloni e li caricavano in macchina e poi risalivano e riscendevano senza soluzione di continuità. BOMBA osservava attento tutto quel movimento ed ascoltava senza proferire parola il vociare alto e confuso della famigliola indaffarata.
Ad un certo punto, uno che passava gli chiese come mai fosse tanto interessato alla faccendA. E lui, per tutta risposta: " - Come, non lo vedi? Oggi ce sò i CARTONI animati!!-"

Quando non lavorava nel suo negozio, BOMBA conduceva una intensa vita sociale e conviviale, andava dove lo invitavano e quando non lo invitavano lui ci andava lo stesso. Dove non conosceva nessuno, arrivava a fingersi qualcun altro pur di far parte della tavolata. Cambiando nome e accento si intrufolava a Cresime, Comunioni, banchetti di nozze e persino a raduni di alpini in congedo e, camaleontico come Zelig, si adattava con successo a qualunque tipo di compagnia fosse in grado di offrirgli buon vino e vettovaglie.
Ma  grazie alla sua grande ironia ed alle sue pungenti battute non risulta  che nessuno si sia mai lamentato della sua presenza.
Si racconta che un giorno si iscrisse anche ad un corso di cucina .
Alla fine delle lezioni, lo videro uscire dall'aula con due bistecche incartate sotto il braccio...lo fermarono e gli chiesero dove pensasse di andare con quel " materiale di proprietà della scuola" .
Fu li' che BOMBA, senza battere ciglio, pronunciò una delle battute che lo avrebbero  definitivamente consacrato alla Storia:
- "Come dove vado? Porto il compito a casa!"








odionatale

BABBO NATALE ESISTE



Scettici e miscredenti di tutto il mondo, so che non me lo perdonerete mai , ma ho da darvi una clamorosa notizia. Babbo Natale esiste.
E questa cosa non la so da cinque minuti, da cinque giorni o da quella volta che ho intravisto il Gabibbo a Piazza Navona. La so da quando ero piccola. La so perchè l'ho visto.
Volava. Era vestito di rosso, ma abbastanza sportivo e stava su una scopa che quella sera la slitta l'aveva prestata alla Befana che doveva uscire con un tizio. Uno che aveva rimorchiato da qualche parte in montagna e si sa che per la Befana non è una cosa facile rimorchiare, quindi Babbo Natale che le vuole un gran bene, neanche  fosse sua sorella, non ha potuto dirle di no ed anche se era pieno di lavoro, la slitta gliel'ha prestata lo stesso e i suoi giri se li è fatti con la scopa monoposto della sua amica, perchè su quella, per legge, in due non ci si può andare, sennò ti fermano, ti fanno la multa, ti levano dieci punti e ti  sequestrano il mezzo.
Ma non divaghiamo e  torniamo alla famosa "visione".
Era il 1965, quindi avevo cinque anni e quel pomeriggio di fine dicembre ero a casa di mia nonna che all'epoca abitava a Piazza Cahen. La finestra del tinello della nonna dava sulla piazza e sulla doppia fila di ippocastani che in quel periodo dell'anno erano ormai nudi di tutto il  fogliame e di tutte le castagne pazze.
Le castagne vere, le ultime della stagione, scricchiolavano, come ogni pomeriggio, nella padella di ferro bucata, appoggiata sulla fiamma viva del caminetto.La nonna aspettava che le castagne fossero quasi bruciacchiate e nere all'esterno e solo allora le toglieva dal fuoco e con un gesto preciso, sicuro, veloce  le rovesciava in un cestino di vimini foderato con un canovaccio aperto, poi le copriva, quasi non dovessero prendere freddo e con le mani iniziava a schiacciarle, premendo sul panno di stoffa. Il profumo a quel punto  si faceva irresistibile e  la prima castagna sbucciata, nella fretta di mangiarla,  puntualmente mi ustionava le dita, la lingua e il palato.
Quella sera del 1965 mi ero messa a sgranocchiare le mie castagne su una sedia vicino alla finestra e guardavo fuori: gli ippocastani nudi, le luci delle macchine giù in fondo alla piazza, gli addobbi luminosi e intermittenti dei giardini di fianco al nostro. Dalla porta del tinello potevo vedere il nostro albero di Natale rischiarare ad intervalli regolari il buio della sala da pranzo, perchè noi l'albero lo facevamo dentro casa e non nel giardino che ci pareva troppo da esibizionisti.
Ad un certo punto, in ginocchio sulla sedia appoggiai il naso al vetro gelato del mio punto di osservazione sul mondo esterno.
Si appannò leggermente. Allora disegnai la A del mio nome con la punta del dito ed immediatamente la cancellai con la manica di lana del vestito.
Non appena il vetro fu di nuovo pulito, accadde una cosa, una cosa strana.
Davanti alla finestra passò una grossa sagoma luminosa, con riflessi dorati e rossi e la prima cosa che pensai fu: "E' Babbo Natale!"
Non lo dissi a nessuno, neanche alla nonna, ma nessuno me lo avrebbe più tolto dalla mente che io avevo visto Babbo Natale.
Volava. Era vestito di rosso, ma abbastanza sportivo e stava su una scopa che quella sera la slitta l'aveva prestata alla Befana.
Niente negli anni a venire mi confermò che io avessi ragione, ma niente negli anni che seguirono mi convinse che mi fossi clamorosamente sbagliata.
Ed io me la tengo per buona che ho visto Babbo Natale.
Me la tengo per buona quando ho bisogno di ritrovare il senso magico del Natale che sempre più spesso ci manca.
Me la tengo per buona quando mi manca la nonna, le castagne bollenti e la finestra sugli ippocastani.
Me la tengo per buona quando devo fare Natale per i miei figli e nel mio cuore non riesco a trovarlo.
E soprattutto me la tengo per buona quando ho bisogno di tornare bambina e questo  non solo a Natale.








Timor panico



Il coiffeur dappista ed altri escamotages

Dappista = termine ormai diffuso per indicare colui che soffre di DAP – Disturbo da Attacchi di Panico – ovvero quello che  all’improvviso ti dice che sta per morire e che invece non schiatta mai.

Il  manuale semiserio del perfetto dappista  non l’ha ancora scritto nessuno e non sarebbe una cattiva idea, perché vivere con gli attacchi di panico non è  affatto divertente e  non è semplice, soprattutto se hai deciso che imbottirti di psicofarmaci non fa per te.
Io sono una dappista doc, un’appanicata di comprovata esperienza. Ne sanno qualcosa i miei parenti e gli amici che, pur non capendo, si sono adeguati e  mi hanno sopportato per tutti questi anni e gliene do atto, non deve essere stato facile.

I miei primi sintomi risalgono all’ infanzia, ma il mio primo vero Attacco con la A maiuscola, quello che mi ha cambiato la vita, è  datato 1986 – fine  agosto 1986,  ore 11 del mattino, Autostrada del Sole, tratto Attigliano – Orte, direzione Roma. Ero sola, al volante della mia macchina e tornavo nella Capitale, dove all’epoca vivevo e lavoravo: Una giornata d’estate, calda ma non troppo e un tratto di strada percorso tante volte senza problemi si trasformarono di colpo in un incubo ai confini della realtà.
Il respiro si fece corto, la vista si annebbiò, il cuore iniziò a battere come un tamburo tribale dentro le mie orecchie ed io mi ritrovai, da un momento all’altro, semicieca e terrorizzata, fuori della macchina, in mezzo all’autostrada a gridare aiuto alle macchine che sfrecciavano davanti a me.
Stavo per morire, quindi restare schiacciata o no da un Tir in quel momento era assolutamente irrilevante.
Non so come e non so dopo quanto tempo, si fermarono due prodi che più che altro volevano vedere da vicino quella pazza che si agitava furiosamente  di fianco al guardarail. Riuscirono a calmarmi un po’ e mi scortarono al primo autogrill, dove un tè freddo ed una telefonata fiume a casa mi diedero il coraggio di risalire in macchina e  di ripartire per Roma.
Quando arrivai a destinazione scesi e baciai la terra, come il Papa quando va all’estero.
Ma da quel giorno la mia vita non fu mai più la stessa, perché il primo attacco di panico è  come il primo amore: non si scorda mai.
Dopo bisogna organizzarsi. Perché gli attacchi tornano e a volte sono tremendi, altre volte meno, ma una cosa è certa, non ti fanno più vivere come una persona normale.
Ci sono cose che fanno più paura di altre e che quindi devi evitare con cura e alcune che ti creano meno ansia però devi avere l’accortezza di  farle, seguendo particolari tecniche anti-terrorismo, affinate solo con anni di esercizio.
E quando parlo di cose che fanno paura, non intendo buttarsi col paracadute, fare bungee-jumping, free-climbing, rafting e windsurfing, parlo di cose banalissime, capaci però di scatenare in un dappista delle crisi micidiali .
Fare la fila, la spesa al supermercato, guidare la macchina, andare al cinema, in discoteca, prendere i mezzi pubblici e persino, stare da soli in casa propria, sono il più delle volte “mission impossible”.
La  soluzione ideale sarebbe avere sempre vicino qualcuno di cui ti fidi, disposto ad accompagnarti, ma siccome non si può pretendere  di avere  uno scarrozzatore personale e per il sistema sanitario nazionale il Dap non è un handicap, quindi non ti pagano l’accompagnamento,  sei costretto a  inventarti, con la santa pazienza, dei trucchetti salvavita , tipo percorsi prestabiliti, punti di riferimento, persone totem, luoghi rassicuranti dove fare tappa, come al Giro d’Italia.
L’alternativa è solo farmacologica, ed io, sarò cretina, ma amo restare lucida e nel pieno delle mie facoltà anche quando questo può voler dire avere paura di quasi tutto e dover rinunciare a molte cose.
Io, per esempio, a un certo punto, non andavo più nemmeno dal parrucchiere. Non che questo sia di fondamentale importanza nella vita di una persona, però andare a "farsi i capelli" è un’attività che una donna minimamente rispettosa della propria immagine, riesce a svolgere in scioltezza. Non io, così che i miei poveri capelli spesso non avevano una  forma né un colore definito.  Poi  un bel giorno incontrai lui, il mio salvatore, il mio eroe, la soluzione ad una parte del  problema….il coiffeur dappista.
Scoprii per caso che anche lui soffriva d’attacchi di panico e che  era un mio simile. Uno che c’era passato.
Se tra uno shampoo ed una seduta di phon, mi fossi sentita come solo chi l’ha provato sa, se la bestiaccia si fosse damblè manifestata, lui avrebbe capito, io non sarei stata fraintesa e nessuno si sarebbe sentito in imbarazzo..
Il coiffeur dappista era  quanto di meglio potessi sperare, era la quadratura del cerchio e così, almeno per i miei capelli, ora si intravedeva una speranza di salvezza.


_attacchi_di_panico
Il  Panico.


 

  Chi potrebbe spiegare a chi  non c'è mai passato
 c
he cosa è il panico  e come viene provocato
 cos'è quel brivido che corre  per la schiena
 quel tremito, quella specie di  patema?
 All'improvviso ed al momento più  sbagliato
 arriva e tu ti senti  congelato
 non riesci più a parlare  o a fare un passo
 rimani lì impietrito come un  sasso.
 Vallo a spiegare a chi  ti sta di fronte
 che è soltanto uno squilibrio  della mente
 e che la causa è  altrove da cercare
 se ora di botto stai  per vomitare.
 Il panico non si ferma  davanti a niente
 e tu ti senti un  perfetto deficiente
 e quando non ce l'hai  lo stai ad aspettare
 perché tanto non tarda ad  arrivare.
 Per esempio sei a una  festa con amici
 e tutti sono lì belli  e felici
 pensano solo al divertimento
 ma tu ti porti dentro  'sto tormento
 e speri sempre che in  mezzo ai presenti
 ci sia  un dottore  o almeno un cavadenti
 che ti possa prontamente visitare
 quando di colpo ti sembra  di morire.
 Alla fine diventi un peso  e basta
 e non ti invitano più  neanche alla festa.
 Esci di casa solo accompagnato 
 da qualcuno che sia più  che fidato.
 Ormai hai paura anche di  respirare
 va a farsi fottere il  lavoro e anche l'amore.
 Soltanto un santo potrebbe sopportare
 chi passa il tempo a  dire che sta male
 senza sapere poi che male  abbia
 è inevitabile che prima o  poi si arrabbia.
 Noi appanicati siamo destinati
 a rimanere soli e abbandonati
 e non è il caso  di accoppiarci tra di noi
 finendo per raddoppiare solo i  guai.
 Noi siamo quelli che al  cinema o al teatro
 se ci vanno, si siedono  più indietro
 il più vicino possibile all'uscita
 in caso di pericolo di  vita.
 Non guidiamo, non ci piace  fare file
 sveniamo se ci fai un  pesce d'aprile.
 Andare in aeroplano é un'utopia 
 non sappiamo cosa sia l'autonomia.
  Abbiamo sempre bisogno di qualcuno
 ma poi alla fine non  c'é mai nessuno
 a cui interessi sul serio  di capire
 perché abbiamo paura di morire.
 Il medico ci dice: "Si  controlli,
 davanti alla paura lei non  molli".
 E l'analista ci insegna strani  trucchi
 per quando ti sembra che  la terra ti risucchi
 o che la folla ti  stia per soffocare
 si dovrebbe soltanto non pensare
 o concentrare altrove l'attenzione
 in modo da fregare la  tensione.
 Fosse facile! Provare, abbiam provato
 ma non voglio neanche dirvi  il risultato:
 combattere la paura é cosa  vana
 l'ipocondria con noi fa da  sovrana.
 Eh si, la vita nostra  é proprio dura
 siamo guerrieri senza l'armatura
 siamo lumache senza la casetta
 siamo rasoi senza la lametta.
 Siamo un pò come ombrelli  senza il manico..
 Ecco.....sto per avere un attacco  di  panico.
 
 

tarocchi

Tarocchi e malocchi


Da giovane leggevo i tarocchi.
Li leggevo alle mie amiche  e me li facevo leggere da loro.
Era come una droga, senza la quale, pensavo non sarebbe stato possibile fare assolutamente  nulla.
Ogni decisione, anche la più piccola, veniva presa previa lettura del tarocco .
Si riuniva il circolo delle Taroccate e giù, per pomeriggi interi a dargli di arcani maggiori e minori, finchè non fosse ben chiaro il da farsi.
A dire la verità e ripensandoci a mente fredda, non ci azzeccavamo praticamente mai.
Gli amori impossibili e quelli infelici restavano tali.
Se poi qualcosa alla fine  andava per il verso giusto era solo perché doveva andarci e non perché era uscito il Carro vicino alla Temperanza. E le previsioni che ci facevamo tra di noi, attribuendone la provenienza alle carte incantate, erano spesso soltanto il frutto delle nostre fantasie e dei nostri  sogni più arditi.
Se poi il responso del tarocco, anche dopo lunghe consultazioni, non soddisfaceva appieno le nostre ambiziose aspirazioni, ci rivolgevamo senza esitazioni ad altri metodi divinatori e dopo aver spulciato e interrogato, fino a notte fonda, IChing, Rune, pendolini, fondi di caffè e persino ossa di pollo ripescate nella mondezza, finalmente proprio queste ultime ci riservavano la più rosea ed attesa delle preveggenze.
Ebbene si, secondo le ossa del pollo mangiato a pranzo, quel tizio alto, bello , biondo, ricco, simpatico e pure romantico, su cui avevamo da qualche tempo e senza alcun successo messo gli occhi, avrebbe di sicuro, entro l’anno, mollato la sua bellissima, altissima, biondissima, ricchissima e romanticissima fidanzata di sempre, a un passo dalle nozze, per mettersi nientepopodimeno che con noi.
E c’era da crederci….lo dicevano le ossa del pollo, secondo l’antica arte della  pollomanzia.
Poi naturalmente non accadeva nulla di tutto ciò, ma era stato bello sognare.
Quando la situazione era disperata, ci recavamo invece da veri e propri addetti ai lavori. Dai professionisti di provata esperienza.  Ed allora ci ritrovavamo a fare estenuanti file , stipate dentro stanzette anguste di casette sperdute nella campagna umbra o in qualche buio appartamentino di paese, dove si attendeva tutti ansiosamente di essere ricevuti dalla veggente che dispensava speranze e fortuna nella stanza accanto.
Di solito si trattava di maghe  contadine che avevano ereditato il dono dalla madre che lo aveva avuto dalla nonna, che lo aveva ricevuto dalla trisavola, (perché quello, il “dono”, salta sempre qualche generazione) e che tre pomeriggi a settimana, per poche migliaia di lire a cliente , andavano in semitrance e raccontavano amore, salute e danaro a  quelli che gli si sedevano davanti.
Sul tavolo della cucina, tappezzato di Madonne, Padripii ,  Santantoni  e simili, le maghe ruspanti sfogliavano mazzi di piacentine bisunte e consunte, agitavano rosari  e si segnavano nel nome del Padre e del Figlio, fino a  scoprire l’arcano motivo di tutte le nostre disavventure.
“ Vede , cocca, - sussurravano – te c’hae ‘l malocchio ! –
E allora ecco che una parente giovane della sensitiva, di solito la figlia o la nipote, quella comunque destinata ad ereditarne i poteri, si staccava dalla scenografia casalinga e porgeva prontamente un piatto da minestra che aveva testè riempito con l’acqua del rubinetto. La vecchia infilava due dita tremanti in una tazzina piena di olio d’oliva e , biascicando il Credo e varie litanie, ne lasciava  cadere due gocce nell’acqua del piatto.
Se si allargavano e sparivano, voleva dire che   il malocchio era proprio tanto  ed allora bisognava ripetere l’operazione più volte finchè le gocce non restavano piccole piccole  e ferme  a galleggiare nel piatto. Solo allora potevamo dirci libere da ogni male.
E così si tornava a casa più leggere e sicure che da quel momento in poi, tutto sarebbe filato più liscio ed a volte l’effetto psicologico era tale che ci sentivamo veramente un po’ meno sfigate di prima.
Adesso la mia collezione di tarocchi e di libri esoterici riposa da tempo dentro scatole e  cassetti in qualche ripostiglio e le ossa del pollo non vengono più riesumate dal loro dignitoso riposo nella pattumiera e quando devo prendere una decisione importante cerco di fare appello a quel po’ di esperienza  che ho della vita e che mi ha portato sempre di più a pensare che la magia non esiste e che il destino più o meno te lo fai da te.
Ma bisogna ammetterlo: la vita senza magia è  molto meno divertente e certe volte , quando tutto va storto ed i sogni non si avverano, ho nostalgia di quelle riunioni tra amiche e persino di quelle cucine buie di campagna, dove una maga contadina ti leggeva la vita complicata e ti spiegava a bassa voce il perché : -Vede, cocca, te c’hae ‘l malocchio !!


usato
Il partito dell'usato



Siamo in tante e quasi tutte donne.
Ci stiamo contando e una volta finito il censimento ci tessereremo e fonderemo un vero e proprio partito. Quale partito?
Il PRUA-  Partito Rovistatrici Usato Ammucchiato.
Un gruppo di donne agguerrite e facinorose che ogni giovedi' e sabato che il Padreterno ha creato, si svegliano all'alba, sgattaiolano fuori di casa, eludendo la sorveglianza di mariti e figli, e si avviano con passo marziale verso il mercato.
Che c'è di strano, dite voi? Di strano c'è che nessuna di queste donne farà quello che ci si aspetterebbe da normali e coscienziose casalinghe e madri di famiglia che si rechino in un qualsiasi  mercato rionale,  ovvero la spesa  ai banchi di frutta e verdura per il sano pasto di mezzogiorno.
Forse dopo, se ci sarà tempo, ma la destinazione primaria, il luogo dei desideri che le ha buttate giù dal letto ad un'ora improbabile del mattino e le ha spinte come sotto ipnosi verso la piazza è un'altro: è il banco dell'usato.
Il banco dell'usato consiste in una serie di tavolacci allineati alla meno peggio su un'area limitata ma ben precisa del mercato, sulle quali il "padrone" del banco e i suoi aiutanti avranno rovesciato alla rinfusa una montagna di panni di mille colori, tirandoli fuori da una serie di enormi sacchi, dopo averli  trasportati fin lì dentro un camioncino, quasi sempre targato Napoli.
Qualche volta i panni variopinti vengono anche suddivisi per tipologie.
Così si possono trovare vari reparti: uno per i vestiti da donna, uno  per  bambini, uno per gli uomini magri , uno per le donne grasse, uno per la casa, uno solo pantaloni,  uno per la lingerie e a volte anche una tavolata piena di scarpe ed una piena di borse.
Comprare un pezzo singolo può costarti da 2 fino ad un massimo di 5 euro.
Spesso c'è l'offertona tre per due : una vera goduria.
Il primo sabato di ogni mese, la cuccagna: tutto a 1 euro.
Il divertimento è assicurato e plurimo: la cosa più bella è la cernita dei capi, ovvero da quei montarozzi indefiniti di stracci riuscire ad estrarre, prima delle altre rovistanti,  l'affarone del secolo. E cioè quel "capino" che a comprarlo a negozio ti ci sarebbe voluta una cifra  almeno 50 volte superiore e che quando te lo vedranno addosso tutte si schiatteranno d'invidia sia che tu lo dica, sia che tu non lo dica che lo hai comprato al banco dell'usato.
Ci vuole occhio, metodo e mesi e mesi di allenamento. Parola di rovistatrice veterana.
Non ci puoi andare con la fretta. Ogni "seduta" deve durare almeno un'oretta per dare i frutti sperati. Con la fretta, quando mai  lo trovi un Cavalli, un Dolce e Gabbana o  un Ralph Lauren...ti deve dire proprio .... ,fortuna.
E poi ci sono i giorni di magra, che non cavi un ragno dal buco, o meglio una mutanda dal mucchio. ma non bisogna scoraggiarsi. La volta dopo, vedrai,  che ci sarà un tailleurino di marca o un vestito di seta firmato, proprio della taglia tua ad aspettarti sotto l'ultima canotta traforata dell'ultimo banco all'ultimo minuto, quando stai ormai per rinunciare e darti per vinta.
Il problema si presenta quando un capo "succulento" viene avvistato contemporaneamente da due diverse "rovistatrici" . Eh, li' si, che son dolori.
Le due cercano allora di smontinare il mucchio per creare confusione e far perdere all'avversaria le tracce del capo "conteso" e nel frattempo tenteranno, da entrambe le parti, di non perderlo di vista, onde poterlo sfilare velocemente da sotto  il naso alla nemica di turno. Il tutto viene eseguito con regolare sguardo sanguinario  a fessura,  lingua che sporge dai denti e filo di bavetta a un lato della bocca.
Un vero spettacolo.
Nel caso in cui una delle due si fosse già accaparrata l'indumento agognato e se lo fosse già con cupidigia infilato sotto un'ascella, per difenderlo dalle scellerate contendenti, l'altra pretendente non dovrà perderla di vista, almeno finche' quella non avrà pagato il suo acquisto e sgombrato il campo. Infatti puo' accadere che proprio all'ultimo momento, quella che ti ha soffiato il tuo vestito preferito, scorgendo qualcosa di più consono ai suoi gusti, rinunci miracolosamente alla prima scelta,  perchè, come dicevano gli antichi, la speranza è l'ultima a morire e de gustibus non disputandum est.
Nel frattempo gli armadi di casa gridano pieta', traboccando di camicie vintage, tubini audrey hepburn, sfrangiati giubottini appartenuti a  little tony, sbrilluccicanti bolerini del circotogni, zampe d'elefante, disinibiti perizomi panterati e ciabatte piumate firmate malgioglio.
All'inizio il banco dell'usato era il regno delle lavoratrici straniere che ci andavano a fare scorte di abbigliamento da spedire nei rispettivi paesi di origine.
Le "locali" invece, avevano qualche titubanza ad accostarsi a quella specie di caritas a pagamento. Il timore di essere giudicate non abbastanza "Signore" ha tenuto, ahimè, a lungo lontane molte di loro da questo appassionante gioco.
Ma ora sono rimaste davvero in poche a resistere al richiamo del mucchio selvaggio e l'esercito delle "rags-addicted" è cresciuto a dismisura. Ho visto fior di mogli di stimati professionisti accapigliarsi per un pareo a fiori o un copricostume Positano, per non parlare di quelle che ci mandano altre a fare l' "imbarazzante" commissione. Naturalmente sto scherzando, anche perchè se così fosse non sanno il divertimento che si perdono.
Il fenomeno comunque  è in espansione , ormai esistono mercati dove ci sono solo banchi di roba usata e dove le Rovistatrici Professioniste si riuniscono come gli hippy rockettari a Woodstock. Siccome la faccenda crea assuefazione, speriamo non si debba aver bisogno di cliniche per disintossicarsi dalla S.C.A.R.P.A. - Sindrome Compulsiva da Acquisto Roba Precedentemente Altrui o dalla P.O.P.P.A. ( Pesca Ossessiva Panni Portati da Altri).


13 dicembre


Il 13 dicembre 1974
trent'anni fa , mio Dio
presero il cuore mio
e mani nude lo misero
misero cuore
su un tavolo di ferro
e
siccome che era difettoso
almeno così dissero
lo aggiustarono
o quanto meno
ci misero una pezza
come alla ruota di scorta

mi svegliarono alla fine
coi cavi elettrici della batteria
e la vita in qualche modo
si rimise in moto
ma un cuore rattoppato
non è mica più lo stesso
credetemi
che adesso io lo so
e lui me lo ricorda
mi guardo indietro
e mi vedo
trascinarmelo in salita
ed ogni volta stupirmi
della meta
e della vita

Felice anniversario
anche stavolta





Ode al bagnino riminese
bagnino2



Io pensavo che tu fossi il vero amore
Dolce come una torta con le more
Grande come l’Oceano Atlantico
Sensibile come un poeta romantico
Alto e bello come il Principe Azzurro
Buono e tenero come un etto di burro
Forte da vincere mille battaglie
E coraggioso da prendermi per moglie.

Io pensavo che tu fossi un musicista
Con l’animo delicato dell’artista
Io finalmente la tua musa ispiratrice
Del tuo teatro unica prima attrice.
Facevo già progetti e fantasie
Le tue canzoni con le mie poesie
La mia macchina da scrivere e il tuo piano
Dentro qualche scenario hollywoodiano.

Ora invece, col massimo cinismo
Pretendi che io faccia culturismo
Oppure del kung-fu o del karate
Perché le donne ti piacciono forzute.
E se   corteggi una più  muscolosa
Poi ti lamenti perché sono gelosa.
Tu puoi tradirmi perché l’omo è  omo
Ma se lo faccio io non c’è  perdono

Capisci che il mio animo poetico
Poco si accosta al tuo ideale atletico ?
Potevi esser sincero fin da allora
Per evitarmi la delusione amara:
- “ Ebbene si, sono un bagnino riminese
e cerco una turista, anche danese
o qualche altra donzella bella e sciocca
per farle la respirazione bocca a bocca!”

Ora ti vedo per quello che sei
Dritto impavido sul pattino 36
La canottiera che dice “SALVAMENTO”
E un binocolo nero sotto il mento…
Nel tuo petto non batte mica un cuore,
ma una ciambella con scritto MIRAMARE.




Fantasma

Cazzo, sono morta!
Schiattata, schioppata, kaputt, defunta.
Ho stirato gli zoccoli , tirato le cuoia, sono andata agli alberi pizzuti, a fare la terra per i ceci.
Cinque minuti fa ero ancora tutta bella viva che pensavo domani faccio, stasera vado, tra un mese prendo e adesso che è successo?
Sono lunga sul pavimento e non mi muovo, l'occhietto spento e semiaperto...che schifo, anche un rigagnolino di bava all'angolo della bocca....e non respiro, ve lo giuro,  non respiro più.
Come faccio a saperlo? Che domande...perchè mi vedo.
Da fuori mi vedo, da dove se no?
Manco ero bruttissima, però. Belle tette, se non altro.
Comunque, morire...pensavo peggio. Anzi, pezzo di cretina, a saperlo che era così, mica mi stavo a preoccupare tutto sto tempo..come sarà, come non sarà, cosa c'è dopo, ammesso che ci sia qualcosa dopo, sennò bella sola!
Te lo dico io che cosa c'è dopo...cretina!
Ci sono io che mi guardo stesa sul pavimento della cucina tra le molliche ed il latte che ho rovesciato cadendo e mi dico "che spreco!"
No, non che spreco il latte e le molliche...chissenenfrega, che spreco le preoccupazioni, le paure, di morire, di soffrire .
Tutti quei momenti bui, gli attacchi di panico, le paranoie, i presentimenti e le fobie....tutto tempo buttato dalla finestra.
Ridere bisognava , ridere di più e non pensarci.
Io si può dire che non me ne sono accorta , quasi.
Sì, un vago sentore per la verità ce l'avevo, ma ce l'avevo da  trent'anni, più o meno. Forse ultimamente era più netto ed io lo dicevo che morivo presto. Ma quello che grida sempre al lupo, il giorno che il lupo arriva davvero è proprio il momento che non se lo fila nessuno. Così impara!
Comunque mò è andata e chi s'è visto s'è visto.
Vorrei sistemarmi un pò meglio, prima che qualcuno mi trovi. Una pettinatina, una ripulita alla faccia, un'aggiustatina generale...che morire con le calzette verde acido e le mutande fuchsia fa tanto supereroe, ma non è molto elegante.
E poi vorrei lasciare un bigliettino coi saluti. Avvisarli che sto bene e che non si accorino troppo, che non ne vale veramente la pena.
Però non posso toccare  niente ...direttive  superiori.
La scena del trapasso non si può contaminare, deve rimanere come è.
Ma siamo nell'Aldilà o a  Csi?
Lo scoprirò più avanti. Per ora posso solo farmi un ultimo giretto per casa senza aprire le porte come Casper e infilarmi nelle tubature come l'Idraulico liquido.
Nel frigo c'è rimasta una pastarella al cioccolato..ah perchè non me la sono mangiata ieri sera!?
Un momento....quella finestra lì non c'è mai stata...è una specie di... ascensore.
Mi sa che è arrivato il  momento di sgommare da qui. Entro in una cabina bianca e lucida.
C'è un tizio vestito tipo star trek però tutto bianco che mi fa segno di accomodarmi.
Su una parete dell'ascensore c'è una pulsantiera argentata con tre tasti : UP - DOWN e ONCE AGAIN. Il Down mi puzza di fiamme e forconi e il Once again mi sa di fregatura.
Speriamo bene .  Il comandante Kirk lavato col Dash alza un braccio, avvicina un dito magrissimo alla tastiera e spinge il tasto.........








Cremor tartaro



fiammiferaia La fiammiferaia




L’umore non è  dei migliori,
Mi sveglio scontenta e procedo nel giorno a fatica.
Talmente a fatica che sono nervosa e nulla mi piace e tutto mi graffia,
La musica, anche.
E questo è  un segnale  da non trascurare.
Mi vesto  di  stracci informi e incolori, comprati al mercato del pesce. 
Lo specchio lo affronto a testa bassa.
Ci resto davanti  quel tanto che basta per  togliere il sonno dagli occhi e dai denti.
Poi faccio le cose che devo, altrimenti  chiamate faccende
e appena finito  io scappo di casa. 
La strada è  la stessa ogni giorno, è grigia, e’ di sassi quadrati.
D’estate o d’inverno  la stessa.
Cammino ed ho un mio  itinerario.
Dall’angolo all’angolo  all’angolo.
Nessuno mi vede.
Nascondo il legno e lo zolfo
Mi sento osservata.
Io sono antipatica…
che cosa volete?
Il presepe funziona anche fuori stagione.



Emilio

Emilio è  il cugino di mio  padre, il figlio della sorella di mia nonna, quella che vive a Ravenna, quella che rimasta vedova giovane e con tre figli, per crescerli si era messa a fare la rappresentante dei cioccolatini, quelli buoni svizzeri che la marca non si può dire sennò è  pubblicità.
Emilio e’ il più piccolo dei suoi figli e da queste parti ci sarà venuto si e no due volte. Nel nostro archivio fotografico di famiglia lui compare solo in una foto di gruppo  scattata al matrimonio di mio padre e mia madre nell’aprile del ‘59. Li’ è  solo un ragazzino biondo e allampanato, con un paio di ridicoli bermuda  da cerimonia dai quali spuntano due gambette lunghe e secche che terminano in un paio di calzini bianchi e lenti e scarpe nere coi lacci.
A vederlo così non lo crederesti mai un supereroe, ma del resto quasi mai i supereroi ti  fanno una buona impressione, la prima volta che li vedi.
Però poi ti stupiscono e ti salvano le penne.
Fatto sta che, molti anni dopo essere stato immortalato nella foto da ricatto, Emilio ebbe un ruolo chiave, principe, fondamentale o come cavolo si dice, nella mia esistenza.
Io avevo 16 anni e pesavo come un bambino di otto, non mangiavo nulla da mesi. Il mio spettro si aggirava in casa ancor prima che io fossi morta davvero. Ma i dottori dicevano che se continuavo così il funesto evento non si sarebbe fatto attendere troppo a lungo.
L’anoressia non aveva molte possibilità di cura e all’epoca, che se ne sapeva molto meno di oggi, si moriva che era una bellezza.
Un consulto di gente che ne capiva decretò che dovevano internarmi in una clinica e nutrirmi a forza.
Ero già pronta ad incamminarmi al rio destino, incazzata come pochi, quando un illuminato medico amico di famiglia, avendo letto da qualche parte che a volte giovava alle anoressiche l’allontanamento da casa, se ne uscì, a suo rischio e pericolo:
“ …ma non avete un parente da qualche parte disposto ad ospitarla per un mesetto????”.
Pensa che ti ripensa, scartate varie ipotesi, ai miei viene in mente la zia di Ravenna.
La chiamano, le spiegano, lei , nonostante la gravità del caso, accetta.
Mio padre mi porta su in macchina, un viaggio nell’inverno appenninico che manco De Amicis, con una tormenta di neve che ci blocca per ore  l’Alfetta gialla sul passo dei Mandrioli. Ma alla fine ci siamo . papà mi affida alla zia, la zia mi affida ad Emilio ed Emilio è l’Uomo Ragno.
Nel ‘76 lui ha circa trent’anni, ha la moto, la ragazza, tanti amici, la macchina fotografica, la chitarra, vola con gli alianti e va a pesca di anguille nelle valli di Comacchio. Un mito in carne ed ossa.
Io ho solo le ossa, ma lui se ne  prende cura con affetto.
Le giornate con lui volano. Imparo un sacco di cose, anche a voler bene di nuovo alla mia vita.
Alla sera si cena con gli  amici. Qualcuno a turno cucina il pesce , le verdure, la piadina. Nessuno guarda se  nel mio piatto il cibo soggiorna o sparisce, ma forse non la prima volta, non la seconda o la terza, però un bel giorno accade: mangio tutto e sono felice.
Un mese dopo, quando torno a casa ho superato il blocco del cibo e non c’è  più bisogno di mandarmi in clinica col tubo.
Emilio come tutti i supereroi, messa in salvo la vittima, sparisce così come e’ arrivato.
Di lui negli anni mi arrivano frammentarie notizie e quando un giorno mi dicono che si sposa con la Rita , la fidanzata storica, un po’ ne patisco e invidio la Rita che si marita con il mio Uomo Ragno.
Oggi Emilio dovrebbe avere un’età e magari la tuta blu e rossa non gli entra più e l’ha messa via in qualche baule con le vecchie canne da pesca, una chitarra senza corde e qualche foto in bianco e nero scattata nel ’76.
So che dipinge e da quello che ho visto da un suo catalogo capitatomi fra le mani mi sembra anche bravo e ispirato. C’ha pure il nome d’arte che non ricordo adesso ma  è  un via di mezzo tra un’eroe greco ed una medicina per il fegato.
Un giorno mi piacerebbe incontrarlo di nuovo e dirgli grazie.
Perché lui non lo sa, ma se oggi sono qui che tiro su tre figli e scrivo questi ameni raccontini, un bel po’ lo devo a lui.
Perché lui non lo sa , ma mi ha salvato la vita e  mi sa che prima o poi dovrò dirglielo.



L’anoressica ai fornelli


Sembra un paradosso, ma vi posso assicurare che è  così.
Non c’è cuoca migliore di una anoressica,
Lei non mangia, è  vero,  ma il suo passatempo preferito e’ nutrire a sazietà gli altri.
E quindi non è cosa rara vederla ai fornelli, fasciata in un  grembiule a quadretti e col fiocco sul posteriore.
Lei si aggira eterea e impalpabile nel regno del nemico e con freddo distacco , strapazza le uova, malmena il burro e fa scempio della farina, trasformando il tutto in squisitezze dolci da far invidia a maestri pasticcieri di blasonata fama.
Lei ovviamente non ha idea di che sapore abbiano i suoi manicaretti, perché di assaggiare non se ne parla, ma seguendo le dosi su un libro di ricette o  regolandosi ad occhio, tutto le riesce alla perfezione.

Ripescando nella memoria dei miei trascorsi  di digiuno , mi tornano in mente quintali di tiramisu’, chilometri di salame del re ed ettari di crostata al cioccolato, di cui non ricordo però di aver toccato nemmeno una briciola.
In quel periodo, chissà come mai,  un drappello di volenterosi amici e compagni di scuola frequentava assiduo la mia casa.
Con la scusa di studiare o di ascoltare musica quei baldi giovinotti si presentavano verso le tre , si piazzavano in salotto e poco dopo iniziavano ad accusare pesanti sintomi da calo glicemico.
Allora i libri di greco e latino scomparivano velocemente dentro consunte catane di cuoio di Tolfa (era il 1977),  si apparecchiava la tavola con ogni ben di Dio e mentre Emerson Lake and Palmer (era sempre il 1977) attaccavano dal giradischi Picture at an Exhibition, le voci tacevano e la musica a palla godeva di un particolare ed incessante accompagnamento di mandibole e denti  al lavoro.
ELP remix featuring  Dj Conte Ugolino.
Io li osservavo soddisfatta mentre facevano sparire anche le molliche cadute sulla tovaglia e per essere di compagnia mi concedevo in via del tutto eccezionale una succulenta  tazza di the senza zucchero.
Qualcuno a volte si preoccupava di quella mia astinenza e mi chiedeva “ perché non mangi?”, ma  la domanda cadeva nel vuoto e tutti continuavano a servirsi abbondanti porzioni, finchè sul tavolo non restavano che piatti vuoti e sporchi.

Su richiesta esportavo la mia dolce cucina anche nelle altrui dimore, ed ovunque si svolgessero feste, cene, merende o cose del genere.
Il mio cavallo di battaglia era il Bil Bol Bul , una specie di ciambellone basso, tutto nero per via del cacao fondente, aromatizzato  con buccia d’arancio grattugiata e ricoperto di abbondante  zucchero a velo.
Questo dolce dal nome ridicolo e dal sapore slurpico riscuoteva un successo enorme in ogni occasione. Successo che eguagliavo solo ed esclusivamente quando mi esibivo nella preparazione del salame dolce, meglio noto come salame del re, nella versione senza pinoli.
Molti miei amici con qualche problema di peso o di colesterolo alto potrebbero ricondurre la causa dei loro problemi attuali alle grandi abbuffate di salame dolce che conteneva dosi di burro fuso e di cioccolato e di uova tali da spaccare il fegato a sei cavalli.
700 calorie a fetta.
E se consideriamo  che Carlo e Giulio se ne facevano fuori uno da soli, che Luigi ci  trangugiava appresso un paio di Horse’s Neck, famoso cocktail dei cacciatori di orsi dell’Alaska e che Monica lo accompagnava sovente col nocino fatto in casa, mi stupisco delle loro attuali condizioni, tutto sommato buone.
Da parte mia, negli anni che seguirono ho abbondantemente  recuperato il tempo perduto e le rinunce di allora pareggiano gli stravizi attuali in fatto di dolci. Però non li cucino più, li compro belli e fatti , perché non sono più l’appassionata pasticcera di una volta. 
Infatti a fare merenda da me non ci viene più nessuno.



IN COSTUME

Una calzamaglia marrone e un dolcevita di identico colore.
Un cappello di paglia con la falda larga e la fusciacca rossa pendente da un lato. Tipo gondoliere.
Occhiali. Da sole.
Zoccoli. Quelli da mare e guanti, marroni anche loro.
Dal baule della gioventu' di mia madre tra gonne di tulle e bustini di raso, così stretti in vita da non sembrare essere appartenuti ad una donna realmente esistita, estraggo un costume due pezzi degli anni cinquanta.
Cotone pervinca con fiori violetti e verde smeraldo.
Tre gale sul posteriore per il pezzo di sotto ed un piccolo fiocco centrale sul "pezzo di sopra".
Infilo il costume sopra la maglia e le calze di lana che sono, dicevo,  marroni e simulano un'improbabile tintarella.
Infilo occhiali e guanti e gli zoccoli, quelli di legno che fanno rumore.
Un pò di cerone scuro e la faccia è quasi africana.
Infine mi metto il cappello sui capelli che ho corti perchè non l'ho ancora deciso, a tredici anni, se mi piace o no essere una ragazza.
Mi mancano ancora l'ombrello, la borsa di paglia pendant col cappello e  un asciugamano verdino. Li prendo, uscendo, all'ingresso.
Mia madre sorride, poco più che trentenne e mi dice : che bella bagnante!
"Tipo da spiaggia - puntualizzo - tipo da spiaggia...."
E' tardi, infilo la porta, le scale, il portone. Gli zoccoli intralciano il passo che non può diventare una corsa.
Nevischia.
E' giovedì grasso. E' febbraio, mi pare. E' il 1973.
Sul corso si gela e la gente si accalca. Si scivola per il nevischio e una melma di uova, farina e di schiume da barba.
Orde barbariche in frange e fibbie e cappelli da zorro mi schizzano accanto. Ho paura di loro, ma vado diritta.
Sulla piazza mi aspetta l'amica.
Lei ha un anno di meno di me ed è già un metro e ottanta di altezza. Ha scelto un vestito da angelo. Una tunica bianca lunghissima, due alette spartane e un' aureola. Un cerchio di filo di ferro di un metro di diametro intorno alla testa di riccioli neri, naturali.
_"Come cavolo ti sei combinata?"- mi fa, appena mi vede.
" Ma senti chi parla!"
Ridiamo.
Una processione di piccoli moschettieri, conigli, pagliacci, fatine e damine ci taglia la strada in un caos di coriandoli, mentre a fatica ci immettiamo nel flusso carnevalesco dello struscio serale.
Impedite nei movimenti, io dagli zoccoli, lei dall'aureola immensa, preghiamo Dio di non imbatterci negli squadroni di coetanei armati di manganelli riempiti di sassi. Se ci prendono siamo fregate.
Procediamo muro muro. Ad un tratto avvertiamo la carica e ci rifugiamo nel vicolo stretto che porta al mercato. E' buio con angoli adatti a nascondersi. I barbari maschi vestiti da donna o da prete o da arabo ricco ci passano oltre. Pericolo scampato.
Nel riprendere fiato ci torna alla mente un carnevale più indietro nel tempo. Ed erano gli anni Sessanta.
"Ricordi la foto tremenda? - mi dice l'amica.

Quattro anni io, forse e lei tre. Io un cicisbeo nano del 700, lei una coccinella gigante, senza puntini rossi.
Intorno il salone affrescato del Circolo della Rupe, la festa mascherata di beneficienza.
Bambine e bambini sepolti in un metro di stelle filanti e pastarelle nei piatti di carta che dovevi sbrigarti a mangiarle, prima che arrivasse qualcuno con troppi coriandoli.
Si tornava la sera con il raffreddore perchè il ballo e il costume e la gente ti fanno sudare.
I coriandoli continuavano a uscire dal cappotto per settimane.
Nella foto in questione un coniglio, un torero e l'amica insetto gigante. La parrucca mi pende di lato, l'espressione non sembra vivace. Veramente una foto tremenda. Chi è bambino non sempre è felice.

Attraverso la piazza alle sette di sera. Due bambini, un maghetto ed  un wrestler, si spruzzano stelle spray di colore rosso carminio.
E' il 2006. Non c'è anima viva di giovedì grasso, soltanto la pioggia gelata.
Nessun'orda barbarica insegue nessuno.
Per fortuna, mi dico, perchè adesso nel vicolo stretto che porta al mercato ci hanno messo le luci, ci sono i negozi e gli angoli non sono coperti.
Ci passo con tutta la calma.
Sulla  destra intravedo due ombre, una alta e una bassa. e mi sembra che parlino insieme:
_"Come cavolo ti sei combinata?"- fa una.
Risponde la sagoma bassa :"Ma senti chi parla!"



 

bfarm Beauty farm



A  chi d'ora in avanti mi  chiederà il modo migliore per perdere peso senza dover affrontare eccessivi sacrifici alimentari, potrò senza fallo consigliare la Dieta del Maestro.
Consiste come prima cosa nel recarsi in uno dei punti convenzionati e  una volta lì non dovete fare altro che aspettare che arrivi il Maestro.
Lo riconoscerete subito dall'aspetto tutt' altro che longilineo, ma non preoccupatevi Infatti, lui  l'unico che con la propria cura non riesce a perdere nemmeno un etto. Il Maestro e’ uno alla mano, intuitivo e disponibile e capirà al volo che avete bisogno di lui e sarà ben felice di aiutarvi. Premetto che il trattamento e’ riservato quasi esclusivamente al sesso femminile e non fallisce mai.
Non dovete nemmeno sprecare il fiato a spiegargli perche’ e quanto volete dimagrire, lui già lo sa! E' un vero mago nel suo lavoro.
Comincerà con il farvi visitare il Centro Agriestetico "La Rosa e l’Ortica ", dove si svolge buona parte della cura. Il luogo e’ameno, soleggiato, con un panorama fantastico, molto verde, aria pura, atmosfera raffinatamente bucolica a pochi Km. dal centro storico, ma già in aperta campagna. Con un piccolo supplemento di retta, e’ possibile anche il pernottamento ed il soggiorno a tempo indeterminato, fino a cura ultimata.
Poi il Maestro v'inviterà a pranzo: non allarmatevi. Cucinerà lui per voi e per le altre ospiti già presenti al centro, con le quali avrete già stretto amicizia e delle quali avrete già sicuramente ammirato la particolare forma fisica, come di chi abbia già da qualche tempo intrapreso una cura davvero miracolosa. Noterete che sono tutte allegre, civettuole, pronte alla battuta, curate e ben vestite e che tutte, proprio tutte adorano smisuratamente il loro benefattore.
Lo coccolano, lo viziano, lo ricoprono di doni e pensieri squisiti, fanno a gara per sedergli accanto a tavola e per poter conversare il più a lungo possibile con lui…………
Ma torniamo al pasto: il menu tipo, che difficilmente varierà nel corso dell'intera dieta ( ma proprio questa ripetitività e’  probabilmente uno dei segreti vincenti del trattamento), e’ il seguente:

Riso e cipolle
Cime tempestose di rapa al burro
Teorema di patate alla Ferradini
Frutto della passione flambe’
Mousse au chocolat

Nessuna limitazione è  prevista per quanto riguarda vino ed alcolici.
Per quanto concerne modalità e durata, potete scegliere fa tre soluzioni:

1) FULL IMMERSION 15 gg. sul posto con pernottamento e Full board se i chili in più sono 2 o 4 ( 2 mesi come sopra se i chili sono da 4 a 10);
2) MEZZA PENSIONE 3 mesi con pranzo o cena a scelta sul posto e ritorno a casa ogni sera se abitate in zona -Kg. persi garantiti : almeno 8;
3) MISTO 6 mesi : feriali mezza pensione come al punto due e LONG WEEK END sul posto come al punto 1 - Kg. persi garantiti da 8 a 15.

Per le clienti più affezionate o per quelle che rispondono meglio al trattamento sono previste anche escursioni, gite domenicali, viaggi culturali, concerti, passeggiate a cavallo, tornei di tennis o backgammon….
Attenzione: tutto questo solo per le più meritevoli!
Il centro e’ ben frequentato: le clienti arrivano da ogni parte del mondo e appartengono quasi tutte al jet-set internazionale, al mondo della moda ed all'alta aristocrazia: l'ambiente  selezionatissimo e la posizione del complesso garantiscono privacy e discrezione!Se siete una donna qualsiasi, magari solo benestante o addirittura nemmeno quello, senza in ogni caso manco una goccia di sangue blu  e men che meno una copertina su Novella 3000, non datevi pena: il Maestro capisce certi casi disperati ed in alcune occasioni, se previo colloquio privato e presentazione da parte di persone di fiducia, capisce di poter essere utile ai casi vostri, non esiterà ad aprirvi le porte del suo centro, dove verrete trattate esattamente alla pari delle altre più famose e blasonate clienti. Il centro umbro  di recente costruzione e va ad aggiungersi agli alti ormai famosissimi di Milano, Roma , Londra e Parigi, riuniti sotto il noto marchio "MAESTRO'S BEAUTY CLINICS". Il centro umbro e’ particolarmente consigliato a chi, oltre al benessere psicofisico ed alla linea, ricerca anche il contatto rigenerante con la natura: resta aperto da Aprile ad Ottobre.
La regola prima e’: una nuova cliente a settimana. Il Maestro per i primi 7 giorni dovrà potersi occupare solo di Voi e si dedicherà al vostro caso anima e corpo, affinché possiate senza traumi entrare in sintonia con l'ambiente che vi circonda. Dovete sentirvi a casa, completamente appagate nello spirito e nel fisico, perchè poi possiate vedere i primi rapidi risultati di cui voi stesse vi sbalordirete. Con sapiente metodo, da navigato conoscitore della psiche femminile, il Maestro vi prenderà per mano e vi farà trascorrere una settimana di sogno.
ATTENZIONE: in quei giorni non si dimagrisce, ma si tratta sicuramente dei giorni più piacevoli di tutta la cura. Allo scadere della mezzanotte del settimo giorno inizia la fase cruciale, quella più dura. Se supererete la seconda settimana, sarete certe di avere la forza di arrivare fino in fondo, perchè chi decide di interrompere la terapia , lo fa solitamente tra l'8° ed il 15° giorno. Nella seconda settimana probabilmente , il Maestro non lo vedrete granché, salvo all'ora dei pasti o mentre si affanna attorno ai fornelli: per il resto del tempo sarà   tutto impegnato a fare con una nuova cliente, né più né meno quello che ha fatto con Voi durante i giorni precedenti.
La cosa Vi scoccerà e se Vi scoccia è segno che la cura sta iniziando a fare il suo effetto. I sintomi collaterali potranno essere del tipo: nausea, vertigini, buco allo stomaco, nodo alla gola, sudorazione profusa, mancamenti, crisi di pianto. Nei casi più gravi, qualora si presentassero impulsi omicidi o suicidi, consultare un medico ( a volte è sufficiente un commercialista, purché di bell’aspetto).
Non perdetevi d'animo: l'INPUT decisivo per continuare Vi deriverà dallo scoprire, ad un bel momento, passando per la cucina e vedendo il Maestro che affetta le cipolle, di non avere più appetito. Nella seconda settimana si perdono in media dai 3 ai 5 chili. Se ciò non accade potete reclamare. Si potrà ripetere più volte il trattamento ricominciando dall'8° giorno: i primi sette , ahimé, non sono mai BISSABILI.



gnocchi Gnocchi




L'acqua bolliva da qualche minuto.
A.  prese le forbici dal cassetto, taglio' il bordo della busta di plastica e versò il contenuto nella pentola  che stava  sul fuoco.
L'acqua si intorbidì di colpo. 
Cambiò consistenza e colore.
Gli gnocchi andarono subito a fondo e non fu più possibile vederli dalla superficie.
Trascorse un tempo indefinito, breve o forse interminabile....
All'improvviso, dall'abisso schiumoso della pentola, riemersero gli gnocchi, uno ad uno....come i ricordi dal buio del tempo.
A. prese una penna ed un quaderno dal cassetto  e ad ogni gnocco che tornava su, lei segnava il nome di qualcosa o di qualcuno...personaggi momenti e sentimenti, che riaffioravano dal passato con  un aspetto diverso, come se la permanenza nell'abisso del buio del tempo li avesse trasformati e resi digeribili, così come l'acqua della pentola faceva con l'impasto di  patate uova e farina.
Era tempo di osservarli e  raccontarli.
Era tempo di scolare gli gnocchi.
In quel momento suonarono alla porta.
L'ospite era dunque arrivato.
A. aprì la porta sorridendo.










Non chiamatemi poetessa, ho solo preso appunti





frigo


IL FRIGORIFERO

 
 


SAREBBE PASSATO GIOVEDI’ A PRENDERE  IL FRIGORIFERO.

 LEI GLI AVEVA  CHIESTO SE PER CASO AVESSE POTUTO FARLO  PRIMA DEL  FINE SETTIMANA E LUI NON AVEVA  FATTO OBIEZIONI.
ERA INUTILE RISCHIARE  STRANE  OCCASIONI  D'INCONTRO  TRA   CIO’  CHE ORMAI  ERA   FINITO  E   CIO’  CHE   INVECE   STAVA  APPENA INIZIANDO.
-  "GIOVEDI’ LO PORTERO’ VIA ,  QUEL BENEDETTO FRIGORIFERO!" LE AVEVA DETTO, MA ERA  COME SE DICESSE : "HO  PERSO, MI ARRENDO, RINUNCIO DEFINITIVAMENTE A TE  !".
 UN FRIGORIFERO: TUTTO CIO’ CHE  RESTAVA DI LUI IN  QUELLA CASA, ORMAI  ATTREZZATA PER  NUOVE  SCENE D'AMORE.
C’ERA UN  NUOVO  SALOTTO  PER  CONVERSAZIONI  DIVERSE,   UN  LETTO NUOVO PER NUOVE CAREZZE E  NUOVI ATTREZZI DA CUCINA  PER  TENTARE NUOVI PECCATI DI GOLA.
 ORA NON  C'ERA  PIU’ POSTO  PER  IL  SUO  VECCHIO, GRANDE FRIGORIFERO.
 LA DITTA DI  TRASPORTI AVREBBE  PROVVEDUTO A RIMUOVERLO E LUI  AVREBBE  DOVUTO  ASSISTERE,  MAGARI  CON  QUALCHE TURBAMENTO,    A     QUELLA    SPECIE     DI     CERIMONIA FUNEBRE.........IL   FRIGORIFERO   MARRONE   PORTATO   A SPALLA ATTRAVERSO IL  GIARDINO, FINO AL  FURGONE ,  COME UNA BARA  CHE CONTENESSE  I  RESTI MORTALI  DI UN  AMORE ESTINTO.
ROBA DI POCHI MINUTI,  DOPO TUTTO QUEL  TEMPO IN  CUI LE SUE  SPERANZE   ERANO  RIMASTE   SOSPESE,   IBERNATE  LÏ DENTRO,   IN  QUELL'ELETTRODOMESTICO    LASCIATO    IN  GIACENZA, QUASI  UN  ARMA  DI  RICATTO, UNA PRESENZA INQUIETANTE,  ULTIMO TRAIT D'UNION TRA   DUE    ESISTENZE    IN    DIFFICOLTA’,    MA    ORMAI INEVITABILMENTE LONTANE.
ORA CHE  IL FRIGO  LASCIAVA  QUELLA CASA  , LEI  AVREBBE LASCIATO  PER  SEMPRE   IL  SUO   CUORE .
 STRANO  COME   QUELL'OGGETTO   AVESSE   POTUTO   SEGNARE L'INIZIO E LA FINE DELLA  LORO STORIA.
 RICORDAVA  ANCORA   IL   GIORNO   IN   CUI   LO   AVEVANO ACQUISTATO ,   ANNI  PRIMA,  SCEGLIENDOLO ACCURATAMENTE IN UN GRANDE  NEGOZIO DEL  CENTRO, LA  LORO PRIMA  SPESA  IMPORTANTE , DECISA  IN PREVISIONE DI  UNA CONVIVENZA  A LUNGA CONSERVAZIONE.
MA COME AVREBBE POTUTO PRENDERE  FUOCO , INCENDIARSI DI PASSIONE , UN LEGAME SANCITO  DALL'ACQUISTO DI UN FRIGO CON SURGELATORE?
 SAREBBE STATO FORSE  PIU’ SAGGIO  COMPERARE  UNA STUFA  , UN FORNO  ELETTRICO, UNA  TERMOCOPERTA.. MA  CHI  POTEVA DIRLO, ORA?
RESTAVA IL  FATTO  CHE QUELLI  TRASCORSI  INSIEME  ERANO STATI ANNI FREDDI  DA POLO  NORD , COME  SE  LA MANCANZA DI  CALORE   AVESSE  POTUTO   CONSERVARE   PIU’  A   LUNGO L'AFFETTO NON CONTAMINATO DA ISTINTI FACILMENTE DEPERIBILI .
LUI ERA  STATO  APPARENTEMENTE PIU’  DETERMINATO  ED  ERA STATA  LEI LA PRIMA  A SBANDARE,  A PERDERE DI  VISTA LA STRADA ,A NON RISPETTARE LE  REGOLE.
PIU’  VOLTE   ERA  CADUTA   E   LUI   L'AVEVA   AIUTATA  A RIALZARSI, SENTENDOSI PER  QUESTO ANCOR  PIU’ MERITEVOLE E LA  SOFFERENZA    ED  IL  RIMORSO  DI  LEI  ERANO  IL SUO  ALIBI PER CONTINUARE A CREDERE  IN QUEL PATTO DI GHIACCIO.
FORSE PER  QUESTO ,  PUR  AVENDO LASCIATO  LA LORO  CASA ORMAI DA MESI, LUI SI  OSTINAVA A NON PORTARSI VIA  QUEL RIDICOLO FRIGORIFERO,  IMPONENTE  COME  UN  MONUMENTO  ,
COME UN ALTARE ERETTO  AD UNA  DIVINITA’  NORDICA CHE GLI  AVREBBE GARANTITO  PRIMA  O  POI  IL  RITORNO  TRA  QUELLE   MURA MINACCIATE DAL PECCATO.
MA ORMAI ERA DECISO  : AVREBBERO  STACCATO INSIEME  LA SPINA  E  SCONGELATO  L'INTERNO,  POI   SAREBBE  BASTATO ASCIUGARE CON UNO  STRACCIO L'ACQUA  COLATA  IN TERRA , COME UN SIMBOLICO  DEFINITIVO PIANTO  D'ADDIO, PRIMA DI  PORTARE VIA  QUEL  BESTIONE  FACENDOLO  PASSARE  PER  LA FINESTRA DELLA CUCINA.
IL TUTTO ,  GIOVEDI’.
RESTAVA POCO PER SPERARE ANCORA IN UN  MIRACOLO.








piccione viaggiatore Volare

Volare oh oh,  cantare oh oh oh oh ....................
Quando ero piccolo mi facevano sempre ascoltare questa canzone.... Volare oh oh.........cantare...........
Poi diventai  grande e mi piaceva ascoltare roba del tipo: l'uccello di fuoco ,la morte del cigno ,la gazza ladra e vola colomba .....................
Il volo del calabrone non mi convinceva troppo.
Al cinema andavo raramente  per film come: bird ,birdy, uccellacci uccellini ,qualcuno volo' sul nido del cuculo e gli uccelli di Hitchcock.
Detestavo "il cacciatore".
Capii a poco a poco che il mio destino era in qualche modo legato ai volatili..... Inizialmente comprai un impermeabile per somigliare al tenente colombo. Poi mi iscrissi alla lipu ,alla lega anticaccia, al wwf, alla pronatura, ai fanclub  di bip bip e dell'uccellino titti.
Praticai il bird watching e fui arrestato dalla volante per voyeurismo nel parco dell'uccellina. In cella mi sentii come un uccello in gabbia....una sensazione ambigua che non so descrivervi..........
D'improvviso fu tutto chiaro: dovevo diventare un uccello.
Una volta fuori mi informai su cosa si poteva fare.
Seppi che c'era un concorso pubblico: 3000 iscritti per 3 posti da piccione viaggiatore .
Si comincia dal basso, mi dissi, che comunque era sempre un po'piu' in alto di dove mi trovavo io..
Mi presentai all'ufficio preposto , dove fui guardato con sospetto. Mi consegnarono una pila di carte da compilare.... -"non credevo che gli uccelli dovessero anche saper scrivere !"
-" certo, - mi fu risposto - con una zampa scrivono e con l'altra cancellano.
Allora scrissi tutto quello che c'era da scrivere e cancellai tutto  quello che c'era da cancellare.
E cantai volare.
Ballai la morte del cigno.
Suonai la gazza ladra.
Superai brillantemente una prova del tubo: una notte intera a tubare su un pino.
Ne uscii a pezzi, ma vincente.
Arrivo' cosi' inesorabilmente l'ultimo traguardo:
La prova finestra.
Ovverosia il volo.
Sapevo che con altissime probabilita' avrei potuto fallire: infatti, una volta sul davanzale, ebbi paura ma non potevo  tirarmi indietro ad un passo dalla meta.
Ci provai.....inutile dirvi che lanciarsi nel vuoto e schiantarsi sul marciapiede sottostante, fu praticamente tutt'uno.
Non sarei piu' diventato un piccione viaggiatore e se per questo  nemmeno un merlo indiano o un fringuello migratore. Gli amici mi dedicarono una lapide molto bella a forma di gabbia:  tutta di ferro , dipinta di bianco, proprio come l'avevo sognata in  vita.
Sullo sportello,naturalmente socchiuso ,una targa di marmo:
"Qui giace colui che voleva imparare a volare.
Solo la sua anima ci riusci'!"







Capodanno

Nessuno ci ascolta
La notte
Da un’ora è sonora
Si spande la bocca
A sorriso
S'infrange il bicchiere
S'indossano frange
Un anno scordato
Si butta
Si stappa
Si scoppia
Comunque sia stato

Sfuggiti a  ogni(g)nobile invito
Nessuno ci ascolta
E niente ci tocca
Di quest’ineffabile rito




Teoria dell’Ape

Avete presente l’Ape?
No, non quella che vola e che punge, che ronza insolente sul pollo  quando d’estate mangiate all’aperto. Non l’operoso insetto che abita in una minuscola cella, pur non essendo un carcerato, quello che per fabbricare un po’ di miele, fatica come un mulo, pur non essendo un mulo, e quando l’ha fabbricato, arriva uno antipatico con la maschera e  i guanti  che glielo porta via tutto per venderlo a peso d’oro a malati di catarro o patiti degli struffoli.
Non quell’Ape lì.
Io sto parlando dell’Ape mezzo di trasporto.
Quel buffo carrettino a tre ruote, con la cilindrata di un motorino che se tu  sei in macchina per una strada stretta e piena di curve e magari hai fretta, nove volte su dieci, te lo ritrovi davanti a cinque all’ora ed è matematico che farà esattamente e fino alla fine lo stesso percorso che devi fare tu.
Di solito è azzurro, un po’ ammaccato e sporco di fango e d’erba e chi lo guida non ha mai meno di sessant’anni o se per caso è più giovane, sarà per il dondolio monocorde e l’andatura standard del mezzo, avrà quasi sempre in faccia  un’espressione un po’ assonnata.
Il colore più diffuso come dicevo è l’azzurro mare, ma ne esistono anche di gialli paglia, verdi bottiglia e rossi fuoco.
Allo specchietto retrovisore dell’Ape ci puoi trovare appeso di tutto, da Padre Pio a Maradona, dall’Arbre Magique gusto cinghiale ai pon pon di lana merinos, dal corno rosso king size al calendario di Luisa Corna.
Ma bando alle ciance e  veniamo al punto, ovvero alla teoria dell’Ape.
Dove abito io, di Apetti, ne trovi a iosa:  ci sono molti ultrasessantenni ergo ci sono molti Apetti.
E questa che vi sto per esporre non è una teoria nata dall’oggi al domani, bensì nasce da anni e anni e anni di attenta osservazione.
Non me ne vogliano i possessori di Apecar, ma, studiando nel tempo parecchi personaggi ape-muniti del luogo e analizzando alcune loro caratteristiche e abitudini, sono arrivata a formulare la seguente teoria.
Alla scala dei quattro colori dell’ape, scala che va dal verde al rosso, passando per il giallo e l’ azzurro, corrispondono quattro differenti gradi di alcolismo del relativo conducente.
APETTO VERDE
Nel guidatore di  Apetto verde troveremo il massimo grado di sobrietà, ovvero chi guida l’Ape verde non beve alcolici  ed è da considerarsi pressoché astemio e quindi non pericoloso alla guida.
APETTO GIALLO
Con l’Apetto giallo incontreremo invece soggetti che saltuariamente si concedono modiche quantità di bevande a bassa gradazione alcolica, tipo la birra.
APETTO AZZURRO
Chi guida l’Apetto azzurro è già molto meno morigerato di quello con il modello giallo e spesso lo si può incontrare un po’ alticcio che sbanda sui tornanti.
APETTO ROSSO
L’Apetto Rosso e’ il grado di massima allerta: te lo danno ad honorem quando dimostri di avere un tasso alcolico nel sangue costantemente oltre i limiti di legge. Non ti fanno più nemmeno l’etilometro, ti credono sulla fiducia che sei sbronzo e per riconoscerti ti permutano il tuo vecchio Ape celeste con uno rosso fiammante, con tanto di frigobar di serie all’interno  e la pubblicità del Centerbe  aerografata sulla portiera.
Naturalmente qui lo dico e qui lo nego, perchè come ogni teoria che si rispetti ha le sue regole, ogni regola degna di questo nome ha le sue eccezioni.

apetto
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Il bar sulla tangenziale

Quattro tavolini sul corso,  recintati da fioriere discrete. A qualsiasi ora del giorno c’e’ sempre qualcuno seduto, a godersi caffè e aperitivi e contemporaneamente lo struscio, il sole o il fresco o il passaggio di bellezze locali.
Quattro tavolini,un barista gioviale e una bella ragazza che ti porta il solito.
I turisti si possono fermare  a mangiare negli orari più strani, quando da qualsiasi altra parte li guarderebbero storto e gli direbbero che la cucina è chiusa.
Quattro tavolini all’aperto, al centro del centro del paese,  che a volte diventano uffici o sale riunioni volanti.
Tra un prosecco e un’oliva, tra un cornetto e un cappuccino, si discutono cose, si commentano fatti, si organizzano eventi, si rilasciano interviste e si scrivono articoli per il prossimo numero del giornale locale.
E’ il bar  Gasparetto, un posto perfetto.
Un posto perfetto, sull’isola pedonale più strana del mondo, la più trafficata dell’universo.
Sono le dieci del mattino: tu sei lì che ti bevi il tuo meritatissimo caffè col giornale spiegato davanti, inspiri profondamente l’aria fresca e ti senti in pace con tutti…ma la pace dura dieci secondi e nel giro dei successivi dodici minuti davanti ai tuoi occhietti increduli ed al tuo naso arricciato per lo smog, passeranno nell’ordine un apetto (rosso), due furgoncini piccoli , tre macchine di turisti che si sono persi e non gli importa, uno che fa il furbo tanto non si accorge nessuno, sei camion, di cui due smarmittati e fumanti,e poi  i carabinieri, la polizia e per ultimi i vigili  che non hanno visto niente. Poi tutto sembra tornare alla normalità e tu ti rallegri pensando che è stato un puro caso quell’ingorgo di traffico lì a due passi dal paradiso. E per un pochino ci credi sul serio, te lo confermano il passaggio di mamme sorridenti con i loro piccoli nei passeggini, bambinetti in bicicletta che pedalano sereni e le commesse che riprendono il loro chiacchierare sulle porte dei negozi in un momento di calma. Poi di nuovo un fuggi fuggi generale, come per una nuova e improvvisa scossa di terremoto, carrozzine pericolosamente arrampicate sugli scalini d’ingresso dei portoni o velocemente messe in salvo dentro il primo vicoletto,  porte dei negozi chiuse in tutta fretta  ad evitare lo sbuffo mefitico degli scarichi, vecchiette lanciate in  goffi tentativi di sprint sulle gambe malferme per evitare parafanghi e pneumatici impazienti ed  arroganti .
Sono le dodici e trenta, manca poco all’ora di pranzo,tu sei lì che vorresti  goderti un aperitivo e la pace di quel tavolino da bar messo al centro del centro dell’isola pedonale. Intorno il passeggio della tarda mattinata, le ultime  compere, i capannelli di conversatori abituali negli angoli baciati da un raggio di sole, le commesse allegre  in procinto di chiudere bottega, gli incontri, i saluti, gli amici. Tutto sembra di nuovo perfetto e l’orario dovrebbe garantire il protrarsi dell’incanto. Niente da fare signori miei, niente da fare, mi dispiace. Sono le dodici e trenta, ma se fossero le tre, le cinque del pomeriggio o le sette di sera non farebbe alcuna differenza. La scena è sempre quella: hai appena poggiato le labbra assetate sul bordo trasparente del tuo bicchiere di analcolico biondo, quando un rombo ti fa trasalire e tra il tavolo e  la siepe ecco di nuovo apparire la lamiera bianca di un camion frigorifero e poi il verde , il blu, il nero, il giallo e tutti i colori di tutte le marche di tutti i tipi di tutti i veicoli a motore del mondo. Sfilano imperterriti sotto i tuoi occhi (piano naturalmente, perché trattasi comunque del centro storico di una citta slow, e che diamine!) e tu respiri nebbia grigia e puzzolente e mentre accade ti chiedi perché accade e come mai non ne abbia ancora parlato il Gabibbo a Striscia la notizia.
Sull’ ”isola dei fumosi” ci transita di tutto, tutto quello che l’industria automobilistica internazionale ha sfornato negli ultimi 80 anni, dalla topolino amaranto alla Ferrari di Schumacher ed anche cose che noi umani non possiamo neanche immaginare, Qualcuno giura  persino di averci visto transitare il sommergibile Enrico Toti durante il trasporto speciale. Aspettiamoci  navi da crociera  ed aerei quanto prima. Gli ufologi prevedono anche l’arrivo di astronavi. Ma soltanto al tramonto che è più suggestivo.  Per via  delle luci.
E pensare che sei seduto al Bar Gasparetto, un posto perfetto, sull’isola pedonale più strana del mondo, la più trafficata dell’universo.




mutanda MUTANDA SLOW

Evviva:  abbiamo scoperto una nuova risorsa per la nostra città.
Una nuova attrattiva per il turista che stufo di guglie e pozzi, stranito da coccetti e merletti, assuefatto a vino e tartufo, scopre  un nuovo percorso guidato, un'intrigante esperienza alla scoperta di una delle più eccitanti forme di abbigliamento......il "MUTANDA SLOW", che letteralmente starebbe per Mutanda Lenta, ma vuoi mettere in inglese?
A tal proposito, mi domando se, dopo Rockpolitik, non sia il caso di cambiarlo questo reiterato suffisso che segue ogni  "sospiro" che si emette sulla rupe. Magari Celentano se ne accorge, si arrabbia e ci mette nel prossimo monologo e qui ci facciamo tutti la figura di quelli che vogliono bene a Berlusconi e odiano Santoro.
Ma ritorniamo alla grande novità. Il percorso Mutanda Slow sarà inaugurato, e questa è una velina da scoop, la prossima primavera, non appena ultimato il grandioso progetto " VENTI  NEGOZIUGUALI 2006....o del franchising serio" con le già programmate aperture di tre megastore di intimo dai nomi accattivanti " Non solo culo" , " I soliti corsetti"  e "Cambiale", quest'ultimo da pronunciarsi con accento sulla prima a, mi raccomando, che nella vita spesso è solo questione di accento.
A tal proposito, mi viene in mente l'episodio di quel tale che uscì da una libreria, esibendo il proprio acquisto non incartato, un voluminoso ed elegante tomo sulla cui copertina grigia e  senza figure,  spiccava visibile a caratteri maiuscoli "MONTALE"....gli si avvicina un amico e lui, fiero di far e bella figura da uomo acculturato, gli mostra il libro, dicendo : " Guarda, cosa mi sono comprato....." e l'amico : " ah allora finalmente è uscito, 'sto benedetto manuale dell'IKEA".
Scusate la divagazione ma "O mytos deloi" , la parabola insegna.
E l'insegna è fondamentale anche per i nostri bei negozi del corso. Come del resto le vetrine che a Natale saranno uno sfavillio di tanga e perizoma rossi e oro con varianti di piume perline e paillettes, un tripudio di reggicalze e calze autoreggenti che si guarderanno in cagnesco e che vinca il migliore, boxer da uomo leopardati con bottone gioiello e slip pitonati con bretella abbinata e pedalino pendant,  che se incontri uno bardato così come cavolo fai a resistere.
E noi donne, avendo ovviamente tutte  a casa un marito col fisico di Bettarini, diremo  "oh si, ce n'era proprio bisogno..." e tutti i mariti orvietani avendo a casa l'equivalente preciso della Monica Bellucci si fionderanno a depauperare le proprie carte di credito per decorare la propria signora come un albero delle feste, per tacer poi delle amanti, che immaginiamo essere  donne di bellezza ultragalattica, come del resto questa città ci ha abituati da sempre a vedere.
Non me ne voglia chi, dopo lungo pensare, ha deciso di aprire l'ennesimo negozio di biancheria intima, sicuramente avrà avuto i suoi validissimi motivi, ma io che qualche volta non mi faccio gli affari miei, scusatemi, mi sono chiesta quale fosse la convenienza di queste scelte....soprattutto ai fini dell'appetibilità del centro cittadino che dovrebbe essere un " centro commerciale naturale" come qualcuno lo ha definito.
Magari hanno ragione loro, i venditori di braghe, e tutti verranno ad Orvieto a comprare tanga e push-up e, dopo il successo della MUTANDA SLOW, arriverà uno da Perugia e gemellerà il cioccolato con la lingerie ed inventerà  dal nulla, come per magia,  la prima edizione di "EUROCHOCULOTTE".



Rughe, cocci e rischiometri

Oggi ho  scoperto  una  ruga  nuova......prima mica c'era!
 Ho sbirciato nello  specchietto retrovisore  mentre svoltavo a sinistra  ad un  incrocio e  l'ho  vista, tra l'occhio destro  ed il  naso.....di  espressione, le chiamano......io, questa qui  la definirei una ruga di ossessione!
Un  fallimento  sentimentale,  a  vent'anni  come  a cinquanta,  e’  pur   sempre  duro   da  digerire. 
A vent'anni ti manca del tutto  l'esperienza e, salvo alcuni casi in cui  si riescono  a sfruttare innati talenti,  ti  manca  anche  la  malizia  . 
Però  la strada è lunga , gli  uomini disponibili sono tanti ed il  recupero  e’  quasi  sempre rapido. 
Certo  si soffre come  cani,  questo  e’  indiscutibile  ed  in molti casi  il  primo  sogno  infranto te  lo  porti dietro per  sempre, indelebile  come  una cicatrice che, anche  dopo  anni,  ogni  tanto torna  a  farsi sentire: una manciata  di  cocci rotti  nella tasca di un  vestito smesso,  un  dolore sordo,  che  solo vagamente ricorda quello  che provasti  allora, una ferita di guerra, onore  e disonore  di una vecchia disperazione.
Tutto quello che viene dopo  è diverso: passano gli anni e gli uomini, uno  dopo l'altro: tanti o pochi non è  importante.
Quando arrivi a trent'anni, se  non appartieni all' incredibile  categoria  di   quelle  che   conoscono l'uomo della loro vita all'asilo,  si fidanzano con lui alle elementari e se  lo sposano il giorno dopo la maturità  e  così  vanno  avanti tutta  la  vita, senza  prendere  in  considerazione  niente  altro, nemmeno a Ferragosto.
Se non  sei di queste, dicevo ed arrivi a trent'anni  con un  minimo di archivio, comprendente  vari   esemplari   tra  ex-fidanzati, ex-amanti,  ex-figli  di   puttana  e   magari  pure ex-mariti, prima o poi e’  regolare: puoi ritrovarti anche tu, quando meno te  lo aspetti, con una bella ruga di ossessione.
Le rughe  di  ossessione  non  sono  come  le  altre.......c'entra poco l'età o lo  stile di vita.
Accade piu’ o meno così: un giorno incontri un uomo,  ed e’ il piu’ sbagliato, il più arrogante,  il piu’  egoista, il  peggiore  di tutta la serie!
Sembra un caso voluto  dal destino ed  invece e’ una scelta  precisa,  dettata  da  precise  esigenze  di quel particolare momento della tua  esistenza.
L'uomo in  questione di  per  se’ sarebbe  un  ottimo amico,  compagno   ideale  per   serate   anti-noia, gratificante  corteggiatore,  conversatore  nato, affascinante il giusto, magari anche  uomo di mondo con    un    bagaglio    culturale    di         tutto rispetto.........ma un dato  e’ certo: lui e’  e resta il piu’ grande  figlio di  puttana che  tu abbia  mai  incontrato.
Lui naturalmente non  bleffa e  si presenta  ne’  più ne’  meno  per  quello  che e’:  coerente   fino  al midollo con la propria impudente  natura .
Tu non puoi farci proprio  un bel niente perché più la lancetta  del tuo personale  rischiometro si avvicina a "PERICOLOSISSIMO",  più ti  senti pronta ad accettare la sfida.
A    nulla    valgono  consigli, premonizioni, catastrofiche esperienze      precedenti  che dovrebberero pur avere insegnato qualcosa......NO!
Il buon senso va definitivamente  a farsi fottere e lui è proprio come lo  volevi: la   lama   ideale    da   rigirare    nella   ferita eternamente   aperta   della    tua   più   profonda inadeguatezza.
Se  poi lui  e’  anche uno  che  piace praticamente a tutte,  nella  esatta misura  in cui praticamente tutte piacciono pure a  lui...allora e’ fatta! Il gioco si fa di  gran lunga più intrigante, visto l'altissimo  numero  di   probabilità  che   hai  di uscirne a pezzi.
Questo e’ più  o meno  il quadro generale: i basilari punti  di  partenza  da  cui   si  snoderà  l'intera  vicenda......Lo scenario  ideale  dal  quale  prenderà  le  mosse l'immane tragedia!
Perche’ di  tragedia si  tratta,  senza esagerazione alcuna.


PLEXIGLAS

Era il 15 ottobre  2105.
Il Comune di Suburbia e la Fondazione Obsoletus, dopo 15 anni di lavori, un lasso di tempo considerato dagli amministratori non esageratamente lungo, viste le proporzioni dell’opera, inauguravano finalmente La Cupola, un’imponente struttura architettonica, un’enorme semisfera in plexiglas perfettamente trasparente, progettata dal grande designer anglo-nippo-svedese Ikea Stark.
Per volontà del Sindaco e dell’Assessore ai Grandi Vanti,  la Cupola era destinata a contenere e a proteggere nei secoli a venire quella che un giorno era stata la città di Rupalta , trasformata dal 2090 in una delle più grandi città museo dell’intero universo.
Rupalta era infatti andata pian piano svuotandosi nel corso degli anni, con una accelerazione di tendenza, a partire dai primi decenni del terzo millennio. I cittadini traslocavano sempre più numerosi a valle e le attività commerciali  chiudevano e quando non sparivano del tutto,  riaprivano più fiorenti nei nuovi centri commerciali che nascevano uno dietro l’altro ai piedi della vecchia città ormai agonizzante. Si racconta che nel lontano 2005 nemmeno le  esortazioni del Vescovo o del sindaco fossero riuscite a smuovere l’ immobilità di Rupalta e la storia insegna che quando neanche un Vescovo che tuona dalla Curia, riesce a fare più effetto, il destino di una comunità appare inesorabilmente segnato.
Suburbia, per molto tempo considerata una specie di brutto anatroccolo, una sgraziata periferia senza dignità storica, aveva a poco a poco assunto i connotati di un florido centro urbano, accogliendo tutto ciò che piano piano si andava spostando dalla città alta e strana verso il suburbio basso, ma strano pure lui.
Scuole, uffici, negozi e locali erano stati spostati uno alla volta sotto l’amministrazione di Suburbia ed era stato proprio il vecchio Comune di Rupalta, nel 2079, a smantellare per ultimo la propria sede nel centro storico, trasferendosi in un grattacielo di 40 piani costruito per l’occasione al centro di Suburbia, in Viale Amici di Maria De Filippi.
Intorno al 2080, Suburbia  si estendeva infatti su  un territorio di molti chilometri quadrati e contava circa due milioni di abitanti e sarebbe cresciuta ancora fino a diventare nel giro di meno di un decennio capoluogo di provincia della Regione , battendo sul filo di lana la pur  favoritissima cittadina di Bagnomaria.
La magica Rupalta era ormai ridotta a un borgo fantasma, a una bocca arsa e rinsecchita da cui fossero stati strappati uno dopo l’altro tutti i denti e pertanto ormai incapace di aprirsi al cibo, alla parola o tantomeno al sorriso.
C’erano rimaste si e no 50 famiglie ad abitare il vecchio centro storico, tutta gente determinata a non lasciare le proprie case, se non sotto la  minaccia delle armi.
Lo sgombero finale avvenne con la forza pubblica la mattina del  23 novembre del 2089 e gli ultimi ad essere cacciati fuori dalle vecchie mura, furono due anziani sposi, di 100 e 102 anni, che si erano nascosti nella soffitta della loro casa in Largo Grande Fratello 48.
Svuotata la città, fu abbastanza facile definirne il destino. L’idea c’era e batteva ancora una volta in volata la povera Bagnomaria, che, in attesa di fondi,  aveva nel cassetto da tempo il progetto di  Ikea Stark per la sua città vecchia.
Fu subito convocato l’Architetto e gli si offrì una cifra iperbolica  che manco Ricucci alla Falchi per convincerla a sposarlo.
L’Architetto si prese quindici secondi per riflettere e accettò.
Il progetto prevedeva, come abbiamo detto, che fosse calata dall’alto una cupola trasparente e che al suo interno vie piazze locali e negozi restassero esattamente come li ricordavamo prima dello Sgombero, cioè vuoti.
Tutto come in un raffinatissimo still-life, però interattivo e controllato via computer da una sofisticata cabina di regia, da dove sarebbe stato possibile accendere e spegnere luci, aprire e chiudere finestre porte e portoni, azionare effetti speciali, muovere oggetti, selezionare musiche e proiezioni, nonché rimettere l’ora alla Torre del'orologio, illuminare il sagrato della cattedrale, asportare la mondezza dai cassonnetti e trasferirla alla vicina discarica. La cabina di regia avrebbe controllato anche  l’ingresso alla città-museo, ingresso rigorosamente vietato ai cittadini di Rupalta e consentito solo a turisti, vip delle colline, artisti di strada, addetti ai lavori e dipendenti della Fondazione Obsoletus, che a bordo di piccole navicelle in acciaio e vetro avrebbero potuto muoversi per ogni destinazione all’interno della Cupola.
Agli  ex Rupaltiani sarebbe stato consentito  oltrepassare la soglia della Cupola solo una volta all’anno, il giorno del Santo Patrono, San Crispino di Rupalta.
Un solo uomo era stato designato per il controllo della Cabina di regia, un uomo sulle cui spalle gravava ora la responsabilità della sicurezza e del buon funzionamento della Cupola . Vincitore di un concorso internazionale di idee, l’ultimo indetto da queste parti, per molto tempo a venire , aveva stracciato una nutrita e agguerrita concorrenza per aver lanciato l’idea sull’idea, la genialata che fa la differenza tra uno che ha idee ed è del posto e uno che ne ha qualcuna in meno, ma viene da fuori.
Il suo nome era  Ugo Simmenthal, veniva da lontano e la sua idea era la neve a mezzogiorno.
Azionando un grosso pulsante sul pavimento della cabina di controllo alle 12 precise di ogni giorno, sia d’estate che d’inverno, la Cupola di plexiglas si sarebbe riempita di fiocchi di nevi candidi e fluttuanti, che scendendo piano sulle note di Jingle bell sarebbero stati visibili sia a chi si trovasse all’interno sia a chi fosse all’esterno della semisfera, offrendo a tutti lo spettacolo indimenticabile di un gigantesco souvenir e riproponendo un suggestivo fenomeno atmosferico che non si verificava più sul nostro pianeta, dal lontanto 2048.
Ebbene si, Ugo Simmenthal era il Primo Custode della Cupola ed era un genio.




L'Odore del mare - considerazioni leggerissime di mezza estate.

L'odore del mare fin qui non ci arriva . Mai.
Per sentirlo bisogna prendere la macchina e fare almeno cento chilometri di curve e tutto questo non è che lo fai così, come se nulla fosse.
Ti devi organizzare e lo fai se ne vale la pena, se ci sono le giuste premesse. 
Quindi osservi attentamente il cielo per vedere se è limpido, se non c'è una minaccia di pioggia, senti se l'aria è tiepida e ti assicuri di avere il tempo per andare ed i soldi necessari per tornare.
Se tutte queste cose sono come ritieni debbano essere,  allora ti organizzi e ci vai. Come dove? Al mare, a sentire l'odore del mare.
Il mare, diceva una vecchia canzone, "è un concetto che il pensiero non considera" ma  questo soltanto d'inverno. D'estate invece è inevitabile che  il pensiero ci si posi spesso e con naturalezza sul concetto del mare....
Alcuni addirittura non ne possono fare a meno e ogni anno non vedono l'ora e basta che il calendario lasci cadere il foglio del mese di aprile e sono già belli che pronti, costume, ciabatte  e ogni cosa, per andare a considerarlo il più da vicino possibile il concetto del mare. Come pure il concetto di abbronzatura , nonchè quello di asciugamano, bagno, bagnino, bicipite, bikini, ombrellone, onda, sabbia, sole e via considerando, in ordine alfabetico.Tutti considerevoli concetti inequivocabilmente estivi, imprescindibile corollario del primario concetto di mare.
Quelli di Roma, per esempio, loro fanno così. Siccome lo sentono forte da casa l'odore del mare, gli basta che  il termometro del tinello superi  i quindici gradi e sono già lì pronti, costume, ciabatte  e ogni cosa, già stanno tutti sdraiati a quattro di spade a Capocotta nella pausa pranzo, per non parlare della domenica.
Qui dalle nostre parti lo sentiamo di meno il richiamo del mare, sempre per il famoso fatto che non ci arriva  l'odore e non ci viene tutta questa voglia di scapicollarci per raggiungere una qualsiasi spiaggia al più presto. E mi pare pure una cosa normale.
Uno di Roma che conosco io, si è trasferito  qui e a forza di non sentirlo più l'odore del mare, se n'è quasi scordato e dopo un pò gli è passata la voglia di andarci a tutte le ore. Ora si accontenta dei classici 15 giorni a luglio, a volte anche meno, come un montanaro qualsiasi.
Al massimo da queste parti ci arriva l'odore del lago, che è diverso da quello del mare ed anche il concetto di "lago" non è esattamente lo stesso concetto....
Spesso ci accontentiamo del lago, se siamo di quelli che avrebbero in ogni caso preferito il mare.....ma se siamo invece di quelli che volevano proprio andare al lago e del mare non gliene poteva fregare di meno, allora siamo felici come le papere, quelle del lago, ovviamente. Se poi  siamo di quelli che "vuoi mettere il coregone con l'aragosta?", allora siamo proprio a cavallo. Viva Bolsena e abbasso Rapallo e pure l'Isola di Cavallo. Martana e Amalasunta forever,
Il lago, dicevo, è diverso. Il lago ha un altro colore, un verde militare che tende al marrone,  ha il fondo  melmoso,  scivoloso come la groppa di una lumaca, come il torace di un culturista al campionato dei culturisti e poi, come se non bastasse, ha pure una lingua differente, infatti si parla tedesco. Il lago, dicevo,  ha un odore diverso e anche tu, quando esci dal lago, hai un odore diverso....eppure c'è gente a cui piace. A me il lago non piace, soprattutto non mi piace l'odore che ho quando esco dal lago. Perciò non ci vado, anche se parlo abbastanza il tedesco.
A me piace il mare, ma non ho la passione romana. Ci vado quel tanto che basta a pigliare colore e se ci devo passare i quindici giorni del montanaro, lo voglio almeno pulito.
E allora, altro che 100 chilometri, prenoto lontano e ci vado in aereo.
Appena prenoto, però,  mi ricordo che ho paura del volo e sto già in paranoia.
Partire non sarà proprio morire, però mi preoccupa parecchio.
Lasciare le solite cose sicure e noiose e volare, avendo paura del volo, forse è uno stress esagerato, rapportato al suo  fine, così tanto agognato, ma  che in fondo e' soltanto poter odorare  l'odore del mare che tutto sommato è un odore di pesce, di fritto e di sale.  E fin qui non arriva. Mai. Siamo proprio sicuri sia un male?










Due storie di primavera

storia#1

"Il sole, il sole......finalmente un bel raggio di sole" - cantilena Marco, guardando fuori dalla sua finestra.
Allunga le mani, protende il viso e chiude gli occhi nel tiepido squarcio giallo che scende dal cielo.
E' ormai  primavera e il giardino  coi fiori di pesco brilla nella luce intensa  d'aprile.
"Il sole, il sole..." - grida Marco, sporgendo il corpo oltre il davanzale.
La  pioggia degli ultimi tempi è stata continua, battente, insistente, soltanto a tratti è sparita, poi di nuovo improvvisa, come arrivata dal niente, indifferente alle preghiere di Marco che chiede il ritorno del sole.
Nelle lunghe giornate di pioggia, Marco ha raccontato a sua madre, seduta nell'angolo grigio, di quello che avrebbero fatto se fosse tornato a risplendere il sole.
Un  cestino con pane e formaggio e  una maglia leggera a coprire le spalle. Avrebbero percorso di nuovo quella strada, quella che si snoda in campagna e costeggia le vigne. Avrebbero messo una bella tovaglia a quadretti allungata sul prato fiorito.
E se anche fosse arrivata la pioggia, la pioggia d'aprile non dura, non avere paura, mamma,  quasi quasi nemmeno ci bagna.
Marco il  poeta declama i suoi versi introversi e diversi e beata la fata a cui la poesia è dedicata...sua madre, la donna più bella del mondo.
Marco ha dieci anni e da solo non esce di casa, soltanto sua madre lo guida nel mondo, da quando nel mondo è arrivato.
Lo ascolta, lo cura, lo ripara dal freddo, lo nutre in silenzio di sorrisi e minestra. Marco è felice e se vede una lacrima chiede : " Che fai, mamma, piangi?"
"No, Marco, è soltanto la pioggia....." risponde da sempre  sua madre.
"Il mondo è una palla bagnata - gli dice la mamma - si può scivolare e cadere. Aspetta che il sole lo asciughi, poi potremo di nuovo andar fuori a giocare."
E Marco ha fiducia ed aspetta. Guarda la pioggia e sorride con gli occhi che sembrano occhi cinesi, ma non hanno mai visto la Cina. E nemmeno sua madre lo sa dove sta e come è fatta, la Cina.
Però ama i suoi occhietti  allungati e quei lineamenti che lo fanno diverso e introverso e più fragile.
Suo padre non li ha voluti nemmeno vedere i suoi occhi, il giorno che è nato, è scappato e forse lui si che in Cina a quest'ora c'è arrivato davvero.
La mamma si alza e va alla finestra. Marco le indica il sole.
"La vedi la primavera? " - domanda il bambino.
"La vedo, la vedo..." risponde la madre, guardando suo figlio negli occhi.


storia#2

Il sole, il sole......finalmente uno splendido caldo infinito e liquido raggio di sole.
Sulle mani distese, sul viso e negli occhi un tiepido squarcio di luce caduto dal cielo.
E' già primavera ed è Pasqua di fiori di pesco, coi pulcini, le uova e i colori più accesi d'aprile.
Giovanni e Martina camminano a lungo e arrivano ad un albero grande. Si siedono zitti che il cuore non trova parole.
Il sole, il sole...poi a un tratto la pioggia improvvisa, battente, insistente, arrivata dal niente, indifferente al cestino, alle maglie leggere  e alla tovaglia a quadretti allungata sul prato fiorito. All'andata e di certo al ritorno, avranno percorso una strada  che si snoda  in campagna, per  mangiare e parlare all'aperto, ma ora siedono zitti che il cuore, sappiamo, non trova parole.
"Martina, la pioggia non dura, non avere paura. Quasi quasi nemmeno ci bagna " le dice Giovanni, rompendo il silenzio.
Anche l'amore non dura, a volte fa come la pioggia...ti ritrovi con abiti zuppi  ed il freddo va fino alle ossa. Ne vale la pena?
Solo gli anni daranno risposte  e non sempre.
Ma adesso pensarci non serve:  c'è un albero grande, ci sono Martina e Giovanni ed un pomeriggio d'aprile incostante. Ci sono parole da dire che forse nessuno dirà. Ci sono dei baci da dare e che non resteranno non dati. E il  silenzio e la pioggia che bagna i vestiti ed il sole che torna di certo a asciugarli.
E l' amore. Non uno dei tanti, non quello degli altri, non l'ultimo o il terzo....ma il primo. Quello che sempre, comunque sia stato, a pensarci domani o  a distanza di anni, dirai che  ne è valsa la pena.


Un delitto

La notte è  al suo  finire. Sbiadisce come  nero inchiostro diluito da  gocce  di luce. Le stelle
ritirano l'oscura rete che impiglia  e ferma alberi e case nella forzata  pausa di  silenzio che divide due lunghi trionfi di sole.
E'  quasi  estate dalla  finestra  socchiusa entra un'aria leggera , come un'onda  profumata di
fiori umidi.
La donna si è svegliata  , i capelli scuri e  lunghi  disegnano il cuscino in  un contrasto  netto con il pallore delicato  del suo  viso.  La mano  cerca  il lenzuolo e  lo solleva  fino  a ricoprire  il  corpo nudo colto da un brivido  nel fresco dell'alba.
L'uomo riposa , il suo  sonno é tranquillo e fermo, respira leggermente,  le membra abbandonate  in un groviglio  di  coperte. Il  viso  è  disteso  ,  i lineamenti abbelliti da quella calma  profonda.
Lei si  volta a  guardarlo  , un  senso  di  pace la invade e di gioia......ripensa al  suo abbraccio ed al loro desiderio placato nella  notte che è appena trascorsa. Vorrebbe    sfiorarlo     come     ad escludere la possibilità di un  sogno.
Al ricordo di  certe carezze  ancora un  brivido  la sfiora e non  è  l'aria del  mattino.......
Questo è il  momento  più  bello,  al  confine  tra  sogno  e non sogno , tra la notte ed  il giorno.
Si illude di amarlo e che  lui l'ami.  Non può non essere così.......ora!
Spera  che  lui  resti  addormentato   a  prolungare l'illusione felice.
Se lui dorme  accanto  a lei  è ancora  suo  e tutto rimane meravigliosamente perfetto.
Quando aprirà gli occhi  gli dirà che  lo ama,  come mai prima le accadde.
E  lui  sorriderà   ,  la   stringerà  forte  in   un abbraccio di  mille certezze. 
Riempirà  di  baci  e parole il suo vuoto d'amore.
Lui si muove appena :  preludio di risveglio....non apre  ancora   gli   occhi,   ma   rimane   poco   da aspettare.
Un'ombra  attraversa   i   pensieri   della   donna,  un'immagine.
Lo  pensa   mentre   si   alza,   sussurrando   un incomprensibile, frettoloso "buongiorno", immagina che lui la guardi appena  e si conceda, intero,   al getto purificatore  della doccia...lo  vede  già rivestirsi con  gesti  veloci  degli  abiti tolti con foga   la  notte prima  e abbandonati  sul pavimento,  testimoni  muti  di  una   battaglia  di sensi .
Nella sua mente assiste impotente  alla metamorfosi di un  uomo  da  oggetto  del suo  amore  a  simbolo di  un'altra sconfitta e  non può sopportarlo.
La fantasia va oltre: ora lei è sulla porta:  lui la sfiora appena con  un bacio, ha  la  tazza  del  caffè in  una  mano,  una sigaretta nell'altra. -"Ci sentiamo!" - le dice  e non c'è assolutamente nulla nei  suoi occhi.
Lei si allontana con quel  nuovo bottino di dolore.  E' già via.
Lui ride già  di lei  e della  sua  illusione.....la donna conosce  quel copione  : é la storia di  tutta la sua vita!
Ritorna presente.....Lui è sempre lì  , silenzioso, gli occhi chiusi: non è  accaduto nulla.
E' ancora il suo amore  che dorme.
Se non si svegliasse ,  le risparmierebbe qualsiasi disillusione.
Si chiede  se  sia  pronta  a  perderlo,  a  perdere ancora.
La   donna    si   alza    e    va   alla finestra...il sole  ora  é  più  alto e  ferisce  la stanza .
Con lo sguardo la  donna sfiora  gli oggetti dentro la camera e sulla scrivania  , tra il  telefono ed un'agenda di pelle  nera, un  tagliacarte d'argento cattura i suoi occhi.
Accade in un attimo ed  il destino cambia.
L'uomo è sul letto ,  la donna, ora, é sulle  scale.
Lui non si sveglierà.
Questa volta lo ha deciso lei,  il finale.
Lui non si sveglierà...lei si  chiude la porta alle spalle e lascia la casa.
Nella  casa   un   uomo   ed   il   suo   tagliacarte d'argento.
Niente rifiuti, lacrime ed attese.
In  quella casa lei lascia  qualcuno che  ora  le appartiene .  Per sempre.







nuda
Nuda




Era nuda.
Ogni sguardo poteva ora ferirla  ed ogni parola.
Era come se le  avessero strappato la  pelle di  dosso.
L'aria le arrivava direttamente al  cuore e la scuoteva , inevitabilmente, fino al profondo.  Stava cambiando, lo sentiva, ma  per diventare cosa?  Avrebbe  voluto   che   qualcuno   glielo   dicesse,   le spiegasse, rassicurandola  sul suo  destino che  ora  le pareva cosi' oscuro e pieno  di insidie.  Non   poteva   tornare    indietro:   il    processo   di metamorfosi era iniziato e non  si sarebbe interrotto.
A tratti avrebbe voluto urlare, chiedere aiuto, implorando disperatamente di   restare  cio' che  era sempre stata, una  creatura debole e  bisognosa di  cure, incapace di qualsiasi atto  di coraggio...
Aveva  passato buona parte  della vita  a sfuggire obblighi e  responsabilita’,  accettando un  ruolo  di vittima fragile, votandosi  ad una  continua sofferenza costruita ad  arte, sposata  come il  minore dei  mali possibili.
Tutto fino  ad allora  era  stato rinuncia  e non vita, salvo rari momenti     di follia  che completavano  i  tratti   essenziali  del   suo  assurdo personaggio.
Ma solo cosi'  aveva potuto sentirsi  al sicuro:  nessuno avrebbe mai  preteso  nulla  da  una  bambina  malata , nessuno  avrebbe   fatto  del   male   ad  una   creatura infelice.
Da  lei  non  ci si sarebbe   aspettato   altro  che fallimenti o  imprese  mai portate  a  termine.  Bastava conoscerla solo un  po' per  capire che la  sua  vita non contemplava programmi , ne' obiettivi  concreti....  In  altra  epoca  sarebbe  stata   una  perfetta  figura romantica, colei che perisce di  mal sottile o di  altro pernicioso ed implacabile morbo, dopo  aver passato una breve esistenza a  soffrire per amore  e di improvvise crisi di femmineo deliquio. .
Ma  tutto  cio'  era  terribilmente   fuori  moda  ed   al massimo   la   si    poteva   considerare    depressa ed il  suo   caso   non  avrebbe   potuto interessare davvero nessuno .
Di sicuro non avrebbero mai  scritto un romanzo sulla  sua vita. 
Ormai  le  sue  stranezze non facevano altro  che privarla di energia e spazio vitale,  fino a  segregarla in un  angolo buio.
Aveva    coltivato    per    anni    amicizie    leggere, possibilmente indolori, ridanciane , da festa  di paese, senza approfondire  opinioni e  punti di  vista  altrui, nemmeno    su    quanto     la    riguardava,    evitando accuratamente scontri di idee o  liti dirette.  Quando per qualche motivo rimaneva  delusa o ferita non amava  andare  all'attacco,  ma  piu'   semplicemente  si defilava, spariva,  faceva come  se quella  persona  non fosse mai esistita.
A volte,  rasserenata  dal  tempo,    tornava  sui  suoi passi e rimbastiva  l'effimero legame  di chiacchiere e confidenze  rosa,  in  altre  occasioni  invece  non  si spingeva piu' oltre il semplice  rituale del saluto.  Con questo  non si  vuole  comunque affermare  che  ella fosse  fredda   o  priva   di   sentimenti,  tutt'altro, semplicemente sentiva  di  essere  "inaccettabile"  per chiunque e quindi, perche' farselo  dire in faccia?  Meglio non porsi  il problema  o fingere di  non esserselo mai posto.
Gazzettino  di  sè  stessa  e   della  propria  vita,   a proprio  rischio   e   pericolo,   amava  "sfidare"   il prossimo con  una scandalosa  sincerita' che  la  rendeva agli occhi  altrui  ,  al  tempo stesso,  invadente  e vulnerabile, ingenua ed impudica.
I suoi amori erano  di pubblico dominio  nel bene  e nel male:  quando   li  raccontava,   quasi   fossero  trame letterarie, non trascurava  alcun particolare  e spesso era proprio  lei  a dar  luce  e  vitalita'  a personaggi maschili tutt'altro che luminosi e  vitali. 
Si entusiasmava nel creare  dal nulla  eroi , banditi  , pirati  ,  cavalieri   dall'armatura  lucente   ed  ogni avventura ,  anche  di  una  sola notte,  diventava  una pagina indimenticabile del suo pubblico  diario.  Ma in fondo  era sempre  stata sola,  di una  solitudine raggelante e mai anima viva  aveva toccato le sue  corde piu' intime, gelosamente  custodite sotto  una patina di ostentata frivolezza.
Ora pero'  sapeva  di  essere  ad  un  bivio:  continuare sulla strada dei sogni  o scoprire  una propria nuova  e piu' vera  dimensione  .  Ma  dove trovare  il  coraggio?  Dove la forza? Si trattava  di mettere tutto sul  piatto e   giocare    d'azzardo.
Perdere    avrebbe significato perdersi......senza piu' appello.  La morte, la pazzia forse  erano il prezzo da pagare  in caso di  sconfitta e  poi ,  valeva  davvero la  pena di rischiare?
Il passato  era  adesso  un  peso  intollerabile  ed  il futuro una porta  sul baratro  e lei era li' in  piedi, con gli  occhi   chiusi  ed   il   fiato   sospeso.
Nuda,  su  quella sottilissima linea di confine.
 








Vestale

Se ne stava lì, nella penombra, a contemplare il corpo nudo di quell'uomo che dormiva. Le spalle larghe, la schiena liscia , le gambe rannicchiate sul bordo del letto......con la lente del  desiderio, stimava la perfezione di quelle proporzioni e le sue mani avrebbero voluto frugarlo in ogni parte, fino a renderlo di nuovo avido , fino a provocarne ancora l'irrefrenabile spinta.
Si allungò accanto a lui fino a far combaciare le curve dei loro corpi e , quasi senza respirare, prese a sfiorargli la schiena con le labbra e, insinuando una mano lungo il ventre, iniziò a carezzarlo con la punta delle dita, lentamente, premendo appena, così da provocare sotto i polpastrelli una quasi impercettibile resistenza.
In realtà non voleva che si risvegliasse e che la possedesse di nuovo:  era soltanto un richiamo doloroso, un bisogno di essergli ancora più vicina.
Diventare una parte di lui. e lì restare, finalmente al sicuro, in pace, forse.
Desiderava essere sua,completamente, così da capirne  ogni sguardo , respiro, stato d'animo , anche il più intimo, senza più fraintendimenti...... Non era solo bisogno di protezione e non era certamente esigenza di controllo, dettata da chissà quali gelosie; piuttosto era necessità di darsi, affidare se stessa ed i propri mondi nascosti alla comprensione dell'essere amato.
Perchè l'amore non fosse soltanto ripetizione di gesti e frasi, destinati prima o poi al grigio dell'usuale, non solo possesso dei corpi, ma compenetrazione di due anime che non a caso si erano sfiorate e scelte tra mille.
Per la prima volta nella sua vita sentiva che avrebbe potuto svelarsi, senza timore mostrarsi, accettando finalmente di essere una donna, nel rito dei sensi, addetta al difficile compito di mantenere acceso il fuoco del reciproco desiderio,  anche nel difficile svolgersi dei quotidiani gesti dell'esistenza.
Solo così amarlo avrebbe potuto avere un senso, soltanto se lui avesse capito quanto ella lo amava e quanto faticoso fosse quel suo riconoscersi ed accettarsi, in funzione di quel sentimento.
Era necessario sciogliere i nodi della rete del passato  per sperare in un incontro vero.
Chissà se il  cuore avrebbe retto a quel terremoto ? 
Chissà se lui l'avrebbe lasciata andare fino in fondo, fino al punto di vederla morire e rinascere dalle sue stesse rovine?
Ma lei poteva giurarlo: non si sarebbe accontentata di mezze misure. Non con lui.
E se la paura avesse passato il livello di guardia, tanto da impedirle di procedere o se il dubbio avesse offuscato la fiducia, non avrebbe tentato di ridimensionare il traguardo, avrebbe semplicemente rinunciato, dileguandosi nel nulla.
Qualcosa di molto simile al piacere , ma ugualmente assai vicino alla sofferenza la percorse , mentre continuava ad accarezzarlo con tutta la dolcezza di cui era capace.
Lui si accorse delle sue carezze, non dei suoi pensieri.
E non c'erano parole che potessero spiegare ciò che lei sentiva.
Lui si voltò verso di lei e la guardò. Sorrise.
Lei ricambiò il suo sguardo e quel sorriso , cercando per un attimo  dentro i suoi occhi lo stesso turbamento che la attraversava.
Lui la strinse più forte a sè e fu di nuovo il padrone dei  brividi e dei  sospiri. 



elefante
L'Elefante




"Pronto? Pronto? Mi sente?"
 "Dolente, ma non sento niente!"
 "Ma lei é l'utente vincente....!"
 "Spiacente, non si sente assolutamente  niente."
 "Deficiente!"
 "Fetente!"
 "Ma allora sente!!!"
 "Naturalmente....e che ho vinto?"
 "Eh, un  momento...sia  paziente:  quanti  denti ha
 l'elefante?"
 "Venti?"
 "Ne é convinto?"
 "Non tanto!"
 "Ciononostante ha vinto! E' contento?"
 "Tanto contento. E che ho  vinto?"
 "Un elefante!"
 "Un elefante vivente?"
 "Ma certamente!"
 "Ma  il  mio   appartamento  non   é  sufficiente  a
 contenere l'elefante!  E  poi  il  mantenimento? Mi
 sente?"
 "Non ci interessa  niente! Lei ha  vinto l'elefante
 ed il  regolamento vigente  dell'Ente  non consente
 all'utente  vincente  di  contestare  l'entità del
 presente."
 "Ma un equivalente dell'elefante in  contante?"
 "O l'elefante o niente!!"
 "Ma é ingombrante....."
 "Sant'Antonio    che    indisponente!     Accidenti,
 l'elefante é  intelligente,  elegante,  obbediente,
 diligente e  resistente!  Lei  invece  é ignorante,
 incompetente,     nauseante     e      per     niente
 riconoscente!"
"ma    che    riconoscente    e    riconoscente...so
 perfettamente   che    l'elefante   é   impaziente,
 scostante , prepotente , saccente  ed irriverente!"
 "Si pente ?"
 "Sarò  demente  ,  ma  con  l'elefante  non  ci  fo'
 niente!"
 "Lo dia a un parente!"
 "Dell'elefante?"
 




Caro "LUIDITURNO",
 hai presente  una  di  quelle  giornate che  nessuno  ti ama, e fuori  piove che  Dio la manda,  se è  domenica è pure peggio, e  mangi la  cioccolata con  la panna  fino alla  nausea,  anzi,   fino  all'obesità,   cercando  di colmare quel  vuoto  che  la  cioccolata non  potrà  mai completamente colmare?
 Non credo. IO SI!
 Hai  presente  quegli   esami  universitari   ,  a   metà luglio, col professore  stronzo e sudaticcio  che te  fa parlà due  ore  e  poi,  dopo aver  succhiato  trentasei caramelle alla menta piperita e  le tue ultime energie, scuote  la  testa  pelata  e   ti  dice  di   tornare  al prossimo appello?
 Non credo proprio. MA IO  SI!
 Ed hai  forse presente  quel  telefono grande  ,  grigio (mod. SIP 1975),  silenzioso , che  troneggia al  centro della stanza , al centro  dei pensieri, al centro  delle aspettative e  che  quando  finalmente  suona  e’  sempre qualcun altro??
 Non credo. IO, PERO', SI!!
 Ed hai  una  minima idea  di  quando  stai  una giornata intera  davanti  allo  specchio,  tutti  gli  abiti  già provati,  creme  tutte   messe,  peli   superflui  tutti eliminati,  capelli   tutti  e   dico   tutti  lavati   e pettinati, in  attesa di  un  invito a  cena   e  che  poi mangi una scatoletta  di tonno  davanti a "C’è posta per te"  senza nemmeno il piatto???
 Non credo. IO, PURTROPPO, SI!!!
 E scusa, perchè, tu c'hai  presente quelle domeniche di primavera  che  stai  tutti  insieme  ,  tutti  felici, tutti che  ridono,  tutti, ed  anche  tu  ridi  e sembri felice  e  poi  vai  a  casa,   chiudi  tutto  a  buio  e piangi????
 Credo  di  no.  MA  IO,  ANCORA  UNA  VOLTA,   DANNAZIONE ,SI!!!!
 Hai poi per caso presente  quelle lettere , dettate  dai Più  puri  sentimenti,  dove  però  non  vorresti  essere troppo drammatica  ,  tanto  è  comunque  una  tragedia, dove dici  e  non  dici,  dove    non  sai  se  la  butti sull'ironico  o  la  butti  sul  romantico  e  poi  va  a finire che la butti nel  cestino?????
 Non credo. AHIME', IO SI!!!!!
 E  per  finire   in  bellezza:   hai  presente   ROSSELLA O'HARA, col  cappello  sulle h.23.00,  con  Tara  dietro che brucia, tutto un fumo  che non ci  si vede  da qui a lì, col  calesse  senza  ruote,  il  cavallo  zoppo,  la sorella  morta  e CLARK  GABLE che  sta  già in  un altro film  e   lei,   sempre   ROSSELLA  O'HARA,   col   padre impazzito, una  rapa per  cena e  manco  un soldo spiccio   ed il
 vestito che si vede  lontano un miglio  che e’  fatto con le tende di casa, lei  dicevamo, che guarda fisso  nella cinepresa e dice (che tutti  ci credono): " Domani e’  un altro giorno!"??????
 TU FORSE SI.
 .........MA IO PURE!!!!!!!!


ADAM (esercizio di scrittura creativa)


Il vecchio gentiluomo passeggiava tutto solo nel parco, le mani dietro la schiena, leggendo il suo giornale del giorno dopo.
Le notizie, scritte con l'inchiostro simpatico, avrebbero fatto  sbellicare chiunque dal ridere, ma il vecchio gentiluomo singhiozzava e lacrimava che era un piacere.
Era sempre stato un tipo controcorrente.
Portava infatti l'ombrello nelle giornate di sole, i sandali sulla neve, il costume da bagno in cucina e indossava lo smoking solo quando stava per accendersi una sigaretta.
Dormiva quando gli altri stavano svegli ed essendo inglese, niente sesso, almeno non prima del breakfast. Amava prendere il the alle cinque, però del mattino, seduto sul suo terrazzo del seminterrato.
Aveva cinque puntualissimi pappagalli svizzeri  e otto orologi brasiliani molto colorati, regolati sull'ora illegale di Copa Cabana.
Collezionava gusci di noccioline e pop corn usati che acquistava all'ingrosso, all'ingresso del vecchio cinema Embassy e rivendeva all'uscita dello zoo ai visitatori insoddisfatti, che tornavano dentro a reclamare il prezzo del biglietto.
Il vecchio gentiluomo di nome si chiamava Adam ed era tutta la vita che aspettava la sua Eva. Aveva incontrato una Mary, una Filippa, una Susy, una volta anche una Mathilda, ma una Eva mai, così non si era  sposato.
Del resto chi avrebbe mai potuto convivere con uno che faceva praticamente tutto alla rovescia? Era capace di mandarvi le condoglianze per il vostro compleanno e invitarvi a una festa dopo le esequie di vostro nonno, comprarvi le rose sapendo che eravate allergici e regalarvi i cioccolatini dopo una colica di fegato.
Adam accendeva il fuoco nel caminetto a Ferragosto, ma solo con carta di giornali del giorno prima e organizzava barbecue solitari solo nel mese di Novembre, aveva persino brevettato un sistema per spegnere tutte le luci  di casa non appena faceva buio e per riaccenderle allo spuntare dei primi raggi del sole.
Si concedeva un solo vizio o lusso, se vogliamo, nella sua strana e poco frequentata vita. Si faceva la barba con la panna e non con la comune schiuma da barba e mentre si radeva assaggiava quella morbida dolcezza bianca, leccandosi avido le labbra e concedendosi il momento più godurioso della giornata. Soltanto lì, ammesso che qualcuno potesse assistere a tale rito, avreste potuto vederlo sorridere.
Per il resto era un uomo impossibile.
Per questo spesso passeggiava da solo nel parco, le mani dietro la schiena, leggendo il suo solito giornale del giorno dopo.




Cattiva

Mi guarda ed ha gli occhi di ghiaccio
se piango non mostra interesse
se sono felice
mi invidia il sorriso
lo crede sciocchezza
sei solo cattiva
- mi dice -
non meriti
alcuna carezza


Rumori di fondo


Bottiglie di vino e un barattolo rotto
rovista
Il carro spazzino del vetro
Le cinque e trentotto

Il latte sul fuoco
Non bolle
saltella dal bordo metallo

La tosse

Negli occhi la tela del ragno
E quel sogno?

Ronzio di caldaia a metano
E un giro di ammollo
Dal bagno








Biografia

Nasce dal Monte Fumaiolo nel 19XX e presto scende a valle cantando Io tu e le Rose in coppia col suo fioraio di fiducia. A soli 4 anni vince una gara nazionale di Twist olandese    ed a 14 il campionato mondiale di uncinetto acrobatico indoor. Vorrebbe sin da piccola entrare nel rutilante mondo dello spettacolo e si esibisce come cantante in piano bar di quart'ordine , dove le chiedono sempre New York New York per via della sua spiccata somiglianza fisica con Liza Minnelli. Ma lei non la sa cantare , quindi si ritira dalle scene per sempre , dedicandosi , suo malgrado, a scrivere  poesie, racconti  e canzoni per altri.
























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categoria:poesie, racconti, passioni, pensieri disordinati
venerdì, 11 agosto 2006
Il partito dell'usato
di A. Carnevali


Siamo in tante e quasi tutte donne.
Ci stiamo contando e una volta finito il censimento ci tessereremo e fonderemo un vero e proprio partito. Quale partito?
Il PRUA-  Partito Rovistatrici Usato Ammucchiato.
Un gruppo di donne agguerrite e facinorose che ogni giovedi' e sabato che il Padreterno ha creato, si svegliano all'alba, sgattaiolano fuori di casa, eludendo la sorveglianza di mariti e figli, e si avviano con passo marziale verso il mercato.
Che c'è di strano, dite voi? Di strano c'è che nessuna di queste donne farà quello che ci si aspetterebbe da normali e coscienziose casalinghe e madri di famiglia che si rechino in un qualsiasi  mercato rionale,  ovvero la spesa  ai banchi di frutta e verdura per il sano pasto di mezzogiorno.
Forse dopo, se ci sarà tempo, ma la destinazione primaria, il luogo dei desideri che le ha buttate giù dal letto ad un'ora improbabile del mattino e le ha spinte come sotto ipnosi verso la piazza è un'altro: è il banco dell'usato.
Il banco dell'usato consiste in una serie di tavolacci allineati alla meno peggio su un'area limitata ma ben precisa del mercato, sulle quali il "padrone" del banco e i suoi aiutanti avranno rovesciato alla rinfusa una montagna di panni di mille colori, tirandoli fuori da una serie di enormi sacchi, dopo averli  trasportati fin lì dentro un camioncino, quasi sempre targato Napoli.
Qualche volta i panni variopinti vengono anche suddivisi per tipologie.
Così si possono trovare vari reparti: uno per i vestiti da donna, uno  per  bambini, uno per gli uomini magri , uno per le donne grasse, uno per la casa, uno solo pantaloni,  uno per la lingerie e a volte anche una tavolata piena di scarpe ed una piena di borse.
Comprare un pezzo singolo può costarti da 2 fino ad un massimo di 5 euro.
Spesso c'è l'offertona tre per due : una vera goduria.
Il primo sabato di ogni mese, la cuccagna: tutto a 1 euro.
Il divertimento è assicurato e plurimo: la cosa più bella è la cernita dei capi, ovvero da quei montarozzi indefiniti di stracci riuscire ad estrarre, prima delle altre rovistanti,  l'affarone del secolo. E cioè quel "capino" che a comprarlo a negozio ti ci sarebbe voluta una cifra  almeno 50 volte superiore e che quando te lo vedranno addosso tutte si schiatteranno d'invidia sia che tu lo dica, sia che tu non lo dica che lo hai comprato al banco dell'usato.
Ci vuole occhio, metodo e mesi e mesi di allenamento. Parola di rovistatrice veterana.
Non ci puoi andare con la fretta. Ogni "seduta" deve durare almeno un'oretta per dare i frutti sperati. Con la fretta, quando mai  lo trovi un Cavalli, un Dolce e Gabbana o  un Ralph Lauren...ti deve dire proprio .... ,fortuna.
E poi ci sono i giorni di magra, che non cavi un ragno dal buco, o meglio una mutanda dal mucchio. ma non bisogna scoraggiarsi. La volta dopo, vedrai,  che ci sarà un tailleurino di marca o un vestito di seta firmato, proprio della taglia tua ad aspettarti sotto l'ultima canotta traforata dell'ultimo banco all'ultimo minuto, quando stai ormai per rinunciare e darti per vinta.
Il problema si presenta quando un capo "succulento" viene avvistato contemporaneamente da due diverse "rovistatrici" . Eh, li' si, che son dolori.
Le due cercano allora di smontinare il mucchio per creare confusione e far perdere all'avversaria le tracce del capo "conteso" e nel frattempo tenteranno, da entrambe le parti, di non perderlo di vista, onde poterlo sfilare velocemente da sotto  il naso alla nemica di turno. Il tutto viene eseguito con regolare sguardo sanguinario  a fessura,  lingua che sporge dai denti e filo di bavetta a un lato della bocca.
Un vero spettacolo.
Nel caso in cui una delle due si fosse già accaparrata l'indumento agognato e se lo fosse già con cupidigia infilato sotto un'ascella, per difenderlo dalle scellerate contendenti, l'altra pretendente non dovrà perderla di vista, almeno finche' quella non avrà pagato il suo acquisto e sgombrato il campo. Infatti puo' accadere che proprio all'ultimo momento, quella che ti ha soffiato il tuo vestito preferito, scorgendo qualcosa di più consono ai suoi gusti, rinunci miracolosamente alla prima scelta,  perchè, come dicevano gli antichi, la speranza è l'ultima a morire e de gustibus non disputandum est.
Nel frattempo gli armadi di casa gridano pieta', traboccando di camicie vintage, tubini audrey hepburn, sfrangiati giubottini appartenuti a  little tony, sbrilluccicanti bolerini del circotogni, zampe d'elefante, disinibiti perizomi panterati e ciabatte piumate firmate malgioglio.
All'inizio il banco dell'usato era il regno delle lavoratrici straniere che ci andavano a fare scorte di abbigliamento da spedire nei rispettivi paesi di origine.
Le "locali" invece, avevano qualche titubanza ad accostarsi a quella specie di caritas a pagamento. Il timore di essere giudicate non abbastanza "Signore" ha tenuto, ahimè, a lungo lontane molte di loro da questo appassionante gioco.
Ma ora sono rimaste davvero in poche a resistere al richiamo del mucchio selvaggio e l'esercito delle "rags-addicted" è cresciuto a dismisura. Ho visto fior di mogli di stimati professionisti accapigliarsi per un pareo a fiori o un copricostume Positano, per non parlare di quelle che ci mandano altre a fare l' "imbarazzante" commissione. Naturalmente sto scherzando, anche perchè se così fosse non sanno il divertimento che si perdono.
Il fenomeno comunque  è in espansione , ormai esistono mercati dove ci sono solo banchi di roba usata e dove le Rovistatrici Professioniste si riuniscono come gli hippy rockettari a Woodstock. Siccome la faccenda crea assuefazione, speriamo non si debba aver bisogno di cliniche per disintossicarsi dalla S.C.A.R.P.A. - Sindrome Compulsiva da Acquisto Roba Precedentemente Altrui o dalla P.O.P.P.A. ( Pesca Ossessiva Panni Portati da Altri).


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venerdì, 21 luglio 2006

HO INTERVISTATO ROBERTO VECCHIONI

ovvero cronaca romanzata di un incontro con un mito musicale

L’occasione è di quelle ghiotte ed imperdibili: Roberto Vecchioni presenta il suo ultimo libro “Diario di un gatto con gli stivali”, edito da Einaudi, proprio nel Teatro a Orvieto, la mia città, e io avrò finalmente l’occasione di conoscerlo personalmente e di intervistarlo . Roberto Vecchioni abita da anni il mio immaginario di amante della musica d’autore. Lo seguo da sempre…
Di Roberto Vecchioni ho comprato buona parte dei dischi e ho imparato a memoria molte delle sue canzoni, anche quelle meno note. Insomma, non mi sono fermata a Cavallo oh oh, per intenderci.
Il suo linguaggio cantato mi affascina da sempre e l’ho anche ammirato, molti anni fa, in un concerto che mi è rimasto nel cuore. Quindi non potrei perdermi questa grande opportunità per tutto l’oro del mondo.
Che  lui abbia accettato di farsi intervistare da me dipende dal fatto che sono stata caldamente raccomandata dagli organizzatori della presentazione del libro, piuttosto che dalle  mie intrinseche “capacità intervistatorie”, di questo sono più che consapevole, ma l’obiettivo è raggiunto e questa mi pare la cosa fondamentale.
Sono emozionatissima. In fin dei conti sto per incontrare uno dei miei miti musicali. L’effetto su di me ha del fantozziano: salivazione azzerata, mani due spugne, etc. etc.
Assisto all’incontro letterario con il pubblico, seduta su una poltroncina rossa di velluto in platea, senza intervenire al dibattito, per non bruciare le mie domande migliori prima del tempo.
Roberto Vecchioni scrittore fronteggia con grande disinvoltura gli interventi dei suoi ammiratori, ma anche di qualche detrattore che lo accusa di criticare troppo aspramente  alcuni autori “alla moda”, protagonisti di casi letterari attuali. Una tizia è venuta apposta da Milano per dirgli in faccia che non le va proprio giù che lui sminuisca apertamente lo scrittore Federico Moccia e i suoi fortunatissimi Tre metri sopra il cielo.
Ma il Professor Vecchioni non fa una piega e spiega alla agguerrita milanese in trasferta che pur annoverando Moccia tra i suoi più cari amici, non apprezza granché il fatto che abbia sfruttato “certi facili argomenti” per commuovere tanti lettori tutti insieme e spingerli a fare la fila in libreria e al cinema per il libro e il film, da quello tratto, e per il seguito di tutti e due.
Ad un certo punto poi e finalmente per le mie manine sudate e per i miei muscoli in tensione, l’incontro termina e dopo la fila per gli autografi sul suo libro delle favole rivisitate, toccherà a me fare le mie belle domande a Roberto Vecchioni, ma non prima di essermi fatta firmare da lui una copia di quella che, ora mi accorgo con orrore, definisco nell’intervista “la sua ultima fatica letteraria”, roba che manco Luca GiuratoGigi Marzullo alle due di notte, o viceversa.
Alla fine, se Dio vuole, ci sediamo in una delle ultime file della platea del “Mancinelli”, storico Teatro orvietano. Vecchioni ridiventa cantautore ed io cerco di trasformarmi, con molto meno successo, in giornalista.
Inizio ricordando brevemente i suoi trascorsi artistici e musicali dal 1971 ad oggi,  i suoi 26 album, i suoi milioni di copie vendute, mi impappino, uso qualche “diciamo” di troppo e sbaglio anche un clamoroso congiuntivo. Fa niente. Ormai sono in ballo...
Parliamo finalmente delle sue canzoni che affrontano da sempre i temi importanti della vita: "Le mie canzoni - mi dice - sono canzoni impegnate, ma non solo politicamente. Sono impegnate nel senso che cercano qualcosa che vada fuori dall'ovvio. Qualcosa che spinga la gente a dire "questo non si era mai sentito". Anche dell'amore studiano dei lati che non sono mai stati considerati ".
"Le mie canzoni - mi spiega ancora Vecchioni - sono un “diario continuo”, altro che Gatto con gli stivali, un vero diario continuo di vita, giorno per giorno."
Ci soffermiamo poi sul significato della parola “cantautore” così come la si intendeva negli anni '70 : “Era una bellissima parola.” - ci tiene a sottolineare lui, che a quella categoria appartiene a pieno titolo - " I ragazzi di oggi non sanno qual era il significato di questo termine, ma chi ha qualche anno in più lo sa cosa voleva dire: venivamo da un periodo in cui era tutto morto, piatto e fermo. Quindi bisognava parlare,  dire delle cose ai giovani, non soltanto politiche, ma anche sociali, anche  sull'amore. Oltretutto bisognava creare la canzone in un modo più parlato, perchè le canzoni degli anni '50 e '60 erano troppo finte, troppo costruite. Era un gran bel lavoro, sono stati anni bellissimi.  I grandi cantautori, quelli veri, quelli che ancora oggi vanno per la maggiore, sono nati tutti in quel periodo. Guccini, De Andrè, Dalla. E non sono mai finiti, hanno continuato a proporre cose nuove."
Difficile quindi superare talenti così, personalità artistiche così forti da essere inconfondibili, tanto che tra gli emergenti di oggi, invece, Vecchioni non sembra ravvisare qualcuno particolarmente degno di nota e soprattutto capace di distinguersi per originalità.
Sempre, credo di intuire, per i motivi che lo spingono a disdegnare certa letteratura facile e di cassetta.
Vado avanti con la mia intervista e dato che sono una femminuccia, penso bene di chiedergli cosa pensa delle donne, lui che le ha sovente messe in primo piano e con grande rispetto nelle sue canzoni.
"Credo  fermamente che il mondo sia a misura di donna – dice Vecchioni – . "Dio, secondo me non ha creato l’uomo, bensì la donna a propria immagine e somiglianza. È la donna infatti il compendio perfetto di tutte le caratteristiche migliori che possono esistere in una creatura. Ed è la donna che discerne tra giusto e non giusto ed opera le scelte”.
Poi aggiunge:  “L’uomo è soltanto elemento culturale della storia che lotta e difende queste scelte con la sua forza fisica, favorendo il progresso. Ma la donna rappresenta il pensiero e sarà l’uomo del futuro”.
Gli chiedo quanto la sua carriera di musicista, scrittore e insegnante, di comunicatore a tutto tondo, abbia sottratto tempo prezioso alla sua vita privata.
La mia domanda è un po’ stupida e la risposta è ovvia.
"Certo che ha portato via molto tempo -mi  dice - e non è stato facile, visto che poi ho una famiglia e dei figli con i quali avrei voluto stare di più.  Dal punto di vista della  comunicazione però è stato tutto molto spontaneo e vissuto con grande passione. "
"Ci sono varie forme di comunicazione." - mi spiega Vecchioni - "La canzone è quella più pertinente a me, quella che amo di più. In quei quattro minuti, in quella sintesi, sbatti lì un pensiero, un sentimento e devi saperlo fare, Devi farlo in modo che ti piaccia, che ti  faccia venire i brividi. Invece  la narrativa e l'insegnamento sono forme più studiate, ci metti più tempo, ma anche lì devi farlo in modo originale,  devi trovare il modo di catturare l'attenzione e di creare un minimo di cultura per il domani. E' vero che i giovani hanno bisogno di lingua e tecnica, ma se non c'è un pò di umanesimo sotto è finita."
Mi aggancio alla sua recente partecipazione al Festival di Sanremo 2006 come ospite dei Nomadi nella serata dei duetti e rispolvero persino i ceci del 1973, quando gareggiò con L’uomo che si gioca il cielo a dadi per porgli la fatidica domanda: cosa ne pensa della famosa e chiacchierata kermesse canora?
Per la gara del ‘73 si giustifica con un “...ero solo un ragazzino, allora!”.
Per quanto riguarda i Nomadi, dice: " Lo avrei  fatto solo per loro, vista la stima e l’amicizia che ci lega e perchè la canzone era interessante e molto comunicativa".
"Sanremo non mi fa nè caldo nè freddo, lo vedo come tutti, perchè è un fenomeno. - confessa Vecchioni - Mi diverto a vedere quanto siamo caduti in basso, dove va a finire l'abominio della civiltà moderna. Lo guardo, ma non immagino nemmeno per un attimo che corrisponda alla realtà della musica in Italia, però è un fenomeno di  “fiction” notevolissimo e fa parte della nostra cultura, quindi va seguito. quindi lo guarda, ma solo per divertimento."
Visto che da qualche anno, lasciato l'insegnamento del greco e del latino nei Licei, il Prof. Vecchioni tiene seguitissimi corsi universitari sulla parola scritta e sulla parola cantata, intese come espressione artistica e  come tecniche di comunicazione, gli chiedo di spiegarmi la differenza tra i due concetti.
"La parola scritta, ma anche quella detta, - sostiene Vecchioni - necessita oggi di immediatezza, di chiarezza e sintesi, per arrivare meglio ed essere compresa. Perché i giovani si possano innamorare non delle parole in sé, ma di quello che si trova sotto le parole. Da evitare, oggi più che mai, sono le mistificazioni, le facili furberie, le falsità."
"La parola cantata - aggiunge - offre maggiore spazio alla fantasia. Nelle canzoni la parola si può “romanzare” e la si può usare con maggiore libertà. Ma nella parola parlata bisogna essere il più possibile chiari e onesti."
Le canzoni di Vecchioni io le conosco quasi tutte e quindi non resisto a infognarmi nella più classica delle domande di repertorio (pag. 5 del Manuale del giovane intervistatore): "quale canzone ti rappresenta di più?"
Lui, con molta signorilità, non mi mette in imbarazzo, facendomi palesemente capire che gliel’avranno già chiesto un milione di volte e con pazienza mi dice che per ogni periodo della sua vita ha avuto una differente canzone in cui si è riconosciuto, tra tutte  ricorda Luci a San Siro che lo ha rappresentato in alcuni anni della sua gioventù. Poi scopro che tra le canzoni scritte da altri ama particolarmente 4 marzo 1943 di Dalla, La Donna cannone di De Gregori e per la sua ironia originale e complessa, Bartali di Paolo Conte.
L’intervista volge al termine ed io a questo punto non gli risparmio nemmeno un bel “e per finire questa carrellata”.
Il mio ospite illustre si dimostra fin troppo tollerante, considerando che una  frase così non la direbbe  più nemmeno Daniele Piombi in un momento di sconforto.
Mi salvo in corner, riconquistando, spero, la sua stima, ricordando i suoi più recenti lavori, tra cui l'album del 2005 Rotary Club of Malindi legato al progetto umanitario che da qualche Vecchioni porta avanti in Kenya a favore dei bambini africani, teso a fronteggiare il propagarsi del virus dell’Hiv, in quei luoghi così diffuso.
Gli chiedo immancabilmente dei suoi progetti futuri:
"Questo per me è un  periodo da dedicare ai figli perchè per molto tempo non ci sono stato. Il progetto è un disco inedito che uscirà il prossimo anno - preannuncia Roberto Vecchioni . Inoltre seguo questo libro appena uscito ed ho un impegno doppio in due diverse università:  a Pavia insegno Storia dei testi letterari in musica dall'antichità ad oggi  e alla Sapienza di Roma tengo un corso di scrittura creativa attraverso la lettura di Pasolini."
A questo punto credo di averla tirata troppo per le lunghe.
Ringrazio e mi congedo dal mio idolo musicale, il cantautore che per tanti anni ho portato nel cuore.
E di una cosa ora sono certa ed è che, dopo questa “fantastica” intervista, anche lui – forse – non mi scorderà tanto facilmente…
alle sei di mattina o

postato da: shesaid29 alle ore 13:43 | Permalink | commenti
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